sabato 24 settembre 2016

Max Ernst (Brühl, 2 aprile 1891 – Parigi, 1º aprile 1976)



Il due aprile 1891 nasceva a colonia Max Ernst. Considerato uno dei maggiori esponenti del Surrealismo, Ernst colpisce con le sue opere densamente simboliche: un repertorio di immagini oniriche che lo hanno reso famoso in tutto il mondo. 

venerdì 23 settembre 2016

Trenta denari Blues Band



Formata da circa 2 anni la nostra cover band suona un genere rock pop sia italiano che straniero di migliori successi dagli anni 70/80 ad oggi dove si alternano medley dei big e riarrangiamenti di canzoni entrate nella storia della musica.

Diversi sono stati i live del gruppo nei locali tra cui il Barrio's, Il Sole Luna Club, il Black Drop, la Proposta Village, partecipazione al Rocktoberfest, Le Scimmie, ecc.

Essendo una band giovane, ogni elemento ha una sua esperienza personale alle spalle fatta di concerti, apparizioni in tv, registrazioni in studio e collaborazioni artistico musicali nell'ambito dello spettacolo e pubblicitario.

Divertimento e passione per la musica e' la caratteristica principale dei TRENTA DENARI ed e' cio' che si percepisce nei nostri live.

Flavio - voce
Sergio - chitarra/cori
Tommy - basso/cori
Paolo - batteria





Carlo Collodi - Quand'ero ragazzo!






giovedì 22 settembre 2016

William Ackerman (Palo Alto, 16 novembre 1949)



Figlio di accademici, avviato allo studio di Inglese e Storia alla prestigiosa università di Stanford in California, ma privo di formazione musicale, Ackerman ebbe però la fortuna di vivere per anni a stretto contatto con uno dei grandi virtuosi della chitarra folk, Robbie Basho, dal quale apprese quello che sarebbe diventato il principio fondamentale della new age: esprimere tramite melodie semplici quelle che altrimenti sarebbero emozioni troppo complesse da spiegare a parole.

Carlo Lucarelli - Febbre gialla



I bambini erano quindici, seduti l’uno accanto all’altro su quindici sgabelli tutti uguali, davanti a quindici banchi tutti uguali, rotondi e di legno nero. La stanza era stretta e lunga, illuminata da un neon che correva bianco e abbagliante lungo la parete. L’odore di cuoio era fortissimo e quasi insopportabile perché c’era una sola finestra, in alto, sempre aperta d’estate o d’inverno ma piccola come la finestra di una cantina. Niente di strano, dal momento che era proprio quello, la stanza lunga: una cantina.

Nella cantina i quindici bambini seduti ai banchi rotondi cucivano borse di pelle, tutte uguali anche loro. Anche i bambini sembravano uguali, tutti tra gli otto e i dodici anni, tutti cinesi, tutti in calzoncini, canottiera a righe bianche e blu e sandali di gomma, tutti in silenzio, lavoravano e basta, con gli occhi bassi sulla pelle da forare, cucire, puntare e ribattere. Con le palpebre socchiuse, un po’ perché erano cinesi e avevano gli occhi a mandorla, un po’ perché con quella luce bianca e fredda ci si vedeva male. Con le dita indolenzite, un po’ perché erano dita piccole, da bambini, troppo piccole per quegli aghi grossi da pelletteria e un po’ perché dovevano cucire sempre, tutto il giorno, fermandosi solo ogni tanto per mangiare un po’, dormire un po’ e fare i bisogni in un secchio coperto da un’asse, in fondo alla stanza.
L’unico che non era un bambino, che non cuciva e che indossava calzoni, camicia e scarpe, era un uomo dalla testa così rasata da luccicare sotto ai riflessi del neon. Stava seduto su una sedia accanto all’unica porta della stanza, con i piedi appoggiati al muro e le mani in tasca, ascoltando la musica di un walkman attraverso le cuffie che teneva sulle orecchie. Ogni tanto entrava un altro uomo, basso e tarchiato, con i capelli tagliati a spazzola e si metteva a chiacchierare con lui. Parlavano e ridevano forte ma Hô non riusciva a capirli perché parlavano nel dialetto di Pechino mentre lui era della provincia di Shanghai.
Hô era il dodicesimo bambino, quello proprio sotto alla finestra. Aveva otto anni, lavorava in fretta per non farsi notare ed era magrissimo perché mangiava molto poco. Non perché non avesse fame, anzi, ne aveva tanta, come tutti gli altri bambini. Non mangiava perché aspettava l’occasione giusta.
Quella mattina, l’uomo con i capelli a spazzola entrò nella stanza e si mise a parlare con quello con la testa rasata. Aveva qualcosa da mostrargli, qualcosa che tirò fuori da una borsa da ginnastica e che strappò a Testa Rasata un fischio di ammirazione. Era un mitra, un piccolo fucile mitragliatore col calcio pieghevole e un lungo caricatore a mezzaluna. Capelli A Spazzola lo mostrò a Testa Rasata che prima volle toccarlo, poi prenderlo in mano, anche se Spazzola non voleva. Poi riuscì a farselo dare, lo imbracciò, fece per mirare, toccò il grilletto e dal mitra partì una raffica. I proiettili si schiacciarono sul muro sopra la testa dei bambini, che
cominciarono a gridare e a correre per tutta la stanza. Spazzola urlò, fece un salto indietro e colpì con uno schiaffo Testa Rasata, che lasciò cadere il mitra. Partì un altro colpo che rimbalzò sul muro e fischiò tra i bambini che urlavano e correvano, spaventati.
Tutti, tranne Hô. Per lui, quella era l’occasione giusta. Con un salto montò sul suo banchetto rotondo e con un altro salto si aggrappò all’inferriata che chiudeva la finestra. Magrissimo com’era, riuscì a sgusciare tra le sbarre e a scivolare fuori, sul marciapiede della strada che correva sopra la cantina. Lì, sprecò soltanto un secondo a rinfilarsi il sandalo che aveva perso divincolandosi tra le sbarre, poi vide la moto che si fermava sotto il portico e scattò. Quando viveva in Cina, Hô andava a scuola, ma non a una scuola normale, alla Scuola del Circo di Shanghai. Alla scuola, prima che partisse per l’Italia come clandestino, Hô imparava a fare salti mortali, capriole volanti e acrobazie come quella che prima l’aveva portato fuori dalla cantina e che adesso lo portò in piedi sul sellino della moto. Il proprietario, un uomo con un berretto a quadretti che ne stava scendendo, non aveva neppure fatto in tempo a spegnerla. Hô afferrò il manubrio, dette gas, fece cadere indietro l’uomo col berretto a scacchi e filò via, sotto il portico, come un razzo.