lunedì 11 aprile 2016

Giovanni Verga (Catania 1840-1922) di Roberto Roganti

Giovanni Verga nacque a Catania il due settembre 1840, da una famiglia liberale, di nobili proprietari terrieri. Il padre, Giovanni Battista Verga Catalano, discendente da un ramo cadetto dei baroni di Fontanabianca , era originario di Vizzini, centro agricolo in provincia di Catania. A Vizzini la famiglia Verga conservò sempre delle proprietà, e lì poi il romanziere avrebbe ambientato gran parte del suo Mastro Don Gesualdo.
Da ragazzo studiò nella " scuola fantasiosa del fantasioso Don Antonio Abate".

A 16 anni il Verga compose il suo primo romanzo "Amore e patria". 
S'iscrisse nel 1858 nella facoltà di legge all'università di Catania, attratto però dalla sua vocazione di scrittore e giornalista si dedicò ad un nuovo romanzo "I carbonari della montagna" e quindi ad un terzo "Sulle lagune".

Con l'arrivo di Garibaldi a Catania, si arruolò nella Guardia Nazionale prestandovi servizio per quattro anni. Ma nel giovane Verga andava facendosi sempre più vivo il desiderio di lasciare la Sicilia, perciò nel 1865 fece il primo viaggio a Firenze. Già nel 1866 pubblicava il romanzo "Una peccatrice" a cui nel 1871 sarebbe seguita "Storia di una capinera". Il libro ebbe un notevole successo e favorì il giovane scrittore nel suo desiderio di affermarsi nella "splendida società fiorentina", dove conobbe Francesco Dall'Ongaro che aiutò molto il giovane siciliano e lo introdusse nel più famoso salotto fiorentino della tedesca Ludmilla Assing. A Firenze incontrava la diciottenne Giselda Fojanesi, con la quale ebbe stretti rapporti d'amicizia. Nel 1872 si trasferì a Milano dove si trattenne per oltre un ventennio fino al 1893. Qui il Verga venne presto a contatto con quel mondo culturale allora particolarmente attivo. Dopo aver frequentato i salotti della famosa contessa Clara Maffei, partecipò intensamente alle discussioni e alle polemiche culturali del tempo che furono determinanti nel maturare in lui il nuovo atteggiamento verista. Infatti già nel 1874 compariva la sua prima composizione il racconto "Nedda". Quindi, trovata la sua giusta ispirazione produsse, nel volgere di pochi anni, dal 1880 al 1889, tutti i suoi capolavori: Vita dei campi (1880), i Malavoglia (1881), Novelle rusticane 1884), Mastro Don Gesualdo (1889). L'amicizia con Luigi Capuana che risultava importante per la "conversione al verismo", entrò in contatto con il circolo degli Artisti "scapigliati" che vivevano un'esistenza "maledetta" e coltivavano una letteratura sperimentale. Allargò le proprie conoscenze letterarie e filosofiche leggendo opere d'autori Francesi contemporanei. Nel 1878 formulò il programma del verismo italiano. Nel 1881 Capuana recensì i Malavoglia sul "Fanfulla della domenica", rivelandone i pregi. Nel 1893 Verga tornò a Catania, ove dapprima si trattenne per lunghi periodi finché si stabilì definitivamente. Là scrisse ancora qualche opera come "Dal tuo al mio", ma soprattutto passò nel silenzio e nella solitudine un'esistenza di benestante e sfaccendato, anche se segretamente rattristato dal vedere non abbastanza capita e amata la sua produzione più grande. Politicamente, pur essendo un moderato, sostenne dapprima l'azione di Crispi e poi aderì al nazionalismo, aspirando ad un'Italia che sapesse affermarsi sul piano militare e politico. Verso la fine della vita gli arrecarono soltanto fastidio le onoranze tributategli per il suo ottantesimo compleanno alla presenza di Pirandello e di Croce. Scarsa soddisfazione gli procurò poco dopo anche la nomina a Senatore. Morì a Catania il 27 gennaio 1922.

Verga romantico-patriottico

Le opere dei primi anni preannunciano solo in parte i futuri indirizzi del pensiero e dell'arte del Verga. Esse costituiscono la momentanea espressione della sua giovinezza siciliana e dei tempi eroici della seconda guerra d'indipendenza e dell'impresa dei Mille. Sono tre romanzi storici ispirati alle vicende reali del tempo e animati da un'intensa passione patriottica. "Amore e patria" è il primo romanzo che il Verga scrisse a 16 anni e poi rimasto inedito. "I carbonari della montagna", in quattro volumi, narrano un episodio della rivolta calabrese contro i francesi sulle lagune e la storia della vita politica veneziana sotto gli austriaci, con l'intreccio di una storia d'amore tra una fanciulla italiana e un giovane ufficiale ungherese.
Nessuno di questi tre romanzi si può però definire un'opera d'arte. La produzione del Verga in questo periodo non è ancora giunta alla piena maturità artistica.

Verga romantico – passionale

Il romanzo "Sulle lagune" tende all'ispirazione passionale col predominio dell'intreccio amoroso e della vita galante, e come la rievocazione storica del passato lasci il posto all'interesse per la cronaca contemporanea. In questo secondo periodo predominano i romanzi dominati tutti dalla passione forte e spesso drammatici. Questi, da una parte sono vicini alla letteratura romantica francese, dall'altra per la loro sensualità che preannunciano tanta parte della futura produzione dannunziana.


Una peccatrice (1866). Narra l'amore di uno studente di modeste condizioni per una donna di lusso: dapprima il giovane ama e delira per la conquista tanto desiderata, poi si stanca e si allontana. Allora la donna da superba e indifferente, senza più una ragione di vita, si avvelena fra la musica e i baci e muore alle note di un valzer. Storia di una capinera (1871). Una fanciulla, Maria, scrive ad una amica narrandole dapprima l'ardore del suo animo e poi il dolore di un'esistenza che lentamente sfiorisce per poi spegnersi in un convento. Eva (1873). La storia di un'affascinante maliarda che s' innamora di un pittore siciliano. Tigre reale (1875). Giorgio Laferlita, un uomo debole di carattere, dimentica la moglie e i figli preso dalla passione di una giovane signora russa, Nata, una donna strana, volubile, una vera tigre in amore. Eros (1875). L'ultimo dei romanzi romantici e passionali del Verga, dove si narrano le vicende amorose di un giovane signore, il marchese Alberto, che passa una vita superficiale e viziosa nei salotti di Firenze o in una villa sul Lago di Como; vita inutile che trova la sua conclusione in un colpo di pistola. Quest'ultimo romanzo chiude il ciclo dell'ispirazione romantico-passionale , durato circa 15 anni, in cui descrive il motivo che porta gli uomini per una passione, una colpa, un errore a un destino che li travolge sopraffacendoli e lasciandoli impotenti e soli. Già in questi romanzi affiora la forma di un grande narratore che appare affascinante e profondamente rinnovato.


Verga verista

Possiamo datare la conversione di Verga al verismo al 1874, punto di arrivo di un lento ma approfondito travaglio spirituale. La questione meridionale primo esempi di problematica sociologica in Italia, oggetto di varie inchieste politiche (Villari, Fianchetti, Sonnino, Fortunato) indussero lo scrittore a verificare proprio sulla terra l'ineluttabilità delle leggi economiche e di classe contro le quali riteneva inutile ribellarsi. In "Fantasticheria" Verga tesse l'elogio "della morale dell'ostrica": guai a staccarsene "per brama di meglio". Il naturalismo francese stimolando la coscienza critica di un processo stilistico già in atto (carteggio con Capuana e il giornalista Cameroni), portò lo scrittore alla formulazione del principio dell'impersonalità l'unico che gli sembrava adeguarsi alla realtà storica e sociale che andava scoprendo così da far apparire l'opera d'arte "essersi fatta da se".

Adesione al realismo

Il Verga accettò lo spirito europeo rivolto al concreto, al preciso dove tutti i poeti narratori volgevano nella seconda metà dell'ottocento. L'adesione al realismo lo portò ad introdurre profondi cambiamenti stilistici. La novità più rilevante fu quella di porre di fronte al lettore solo la realtà quotidiana nella sua essenza più nuda e dolorosa. A partire dal '78 egli utilizzò nuovi strumenti conoscitivi che si espressero in contenuti nuovi e diversi da quelli romantico-sentimentali dei primi romanzi.


Infatti, assimilò i canoni del darwinismo-positivistico (il senso della vita come lotta per l'esistenza, la selezione naturale, l'ambiente deterministico) e del realismo-naturalismo (abbandono di ogni autobiografismo e sentimentalismo, rappresentazione scientifica del reale, metodo dell'impersonalità). Ciò gli consentì di cogliere più in profondità strati popolari, di meglio capire le contraddizioni della società borghese, i costi alienanti del forzato progresso. Tuttavia questo non gli impedì di caratterizzare la personalità dei protagonisti dei romanzi in maniera chiara e precisa, infatti essi dimostrano una passionalità istintiva che nasce dalla realtà in cui si trovano ad agire. L'arte del Verga arrivò alla piena maturazione solo quando aderì al realismo che aveva esercitato su di lui un incredibile fascino. I grandi romanzieri come Dumas, Guerrazzi, Flaubert e Balzac, Maupassant e di Zola lo precedettero offrendogli grandiosi esemplari di letteratura universale riconosciuti per la loro validità artistica.

Accentuazione degli elementi nazionali

Pur aderendo al realismo, si allontanò dall'aspetto "scientifico" del naturalismo francese e in particolar modo da Zola che, essendo un medico e uno scienziato, trasferiva nei suoi romanzi principi enunciati dal famoso scienziato Claude Bernard.  In generale il verismo italiano e il Verga si allontanarono dalle ricette scientifiche dello Zola e s'interessarono in particolar modo alle realtà quotidiane dei piccoli modi provinciali, trasfigurandone nostalgicamente i tempi e i luoghi.
 Gli scrittori veristi cercarono in tal modo di voler scoprire e inquadrare i difetti e le virtù delle loro piccole province. Anche Verga riscoprì la sua terra, la Sicilia, cercando di riprenderne possesso, dopo il lungo esilio che l'aveva tenuto lontano, descrivendo la natura dei costumi, delle paure, dei formalismi , della civiltà tutta fatta di convenzioni. Inquadrò anche le memorie pure della sua infanzia e riprese l'amore per la sua terra. Qui vi ritornava con un animo pentito per essere stato eccessivamente critico nei confronti della sua terra, che comunque rimaneva per lui come un remoto miraggio oggetto di una disperata nostalgia.

Sentimenti del dolore e del destino

Si può affermare che la poesia italiana è nata dal pianto che alimenta tanta parte della narrativa dell'ottocento: dai "Promessi sposi" a "Piccolo mondo antico", dal "Marchese di Roccaverdina" a "Canne al vento".
Verga verista era ben lontano dalla diagnosi lucida e fredda dei naturalisti francesi; egli accentuò nei suoi racconti il dolore, la fatica, le diverse categorie sociali come se fosse lui stesso a patirle. Trovandosi dinnanzi all'inesorabilità del destino, cercò di attribuire ai suoi personaggi più significativi un sentimento di fatale remissione a quanto il destino ha fissato per ciascuno, che discerne dalla fede in Dio e dalla Provvidenza. Il denaro e il fattore economico sono il tema portante di molti suoi libri. Questo, però, non significa di solito, svilire coloro che soffrono per ragioni economiche, ma semmai accrescere l'intensità del dolore e mostrare come il destino si abbatta con costanza sugli umili, sui poveri e sui deboli.

Novità di stile e di linguaggio

Nello stile, nella sintassi, nel linguaggio, Verga verista è ben diverso dal Verga romantico. La sua conversione è stata improvvisa come diceva egli stesso. Affermava che era una storia semplice che mentre stava preparando dei romanzi gli capita in mano una specie di giornale di bordo, un manoscritto discretamente sgrammaticato e asintattico in cui un capitano narra di peripezie superate dal suo veliero. Lo colpì, lo rilesse e si accorse che era ciò che cercava senza accorgersene. A volte, diceva, basta un segno, un piccolo punto e per lui fu un fascio di luce. Da qui Verga raccoglierà passioni e le ridarà agli uomini senza alterarle o ingigantirle mettendosi egli stesso in disparte, guardando e non esaltando. La vita e l'eloquenza dei fatti parleranno da soli e le parole sincere e vere ma precise e appropriate talvolta saranno dialettali, così da risultare più spontanee e reali. La sintassi prenderà la vivacità del parlato schietta, asintattica e sarà come se fosse in bocca agli umili. Queste parole assieme alla sintassi allo stile, che parleranno di poveri e di umili, serviranno a portare nella tradizione italiana, troppo appesantita e astratta di vocaboli aristocratici, un soffio umano di vita, di ricchezza, di cose fresche e concrete. La conversione formale dal romanticismo al verismo non è stata però così improvvisa. In lui c'era da tempo la ricerca di una forma più sincera. In Verga è innata una predilezione al realismo, forse ereditata dal Manzoni, dove però l'uomo, nonostante tutto, si trova in mano a forze cieche e ignare che lo vedono chiuso e imprigionato in una realtà terrena di ansie e di pena, di ambizioni e di sconfitte.

I Malavoglia

Questo romanzo è la storia triste di una povera famiglia di Acitrezza (Catania) e il cui capo padron 'Ntoni, capo di una famiglia di pescatori che con ogni mezzo cerca di tenere in piedi la casa del Nespolo e la tranquillità che questa casa rappresenta. Egli ha un debito con lo zio Crocifisso per un carico di lupini, purtroppo perduto in mare nel naufragio della barca provvidenza assieme a suo figlio Bastianozzo. Appunto per questo i Malavoglia fanno enormi sacrifici, ma il nipote 'Ntoni si allontana da Acitrezza perchè vuole conoscere le città ed il mondo; come un pesce affamato se lo inghiotte e con lui suoi molti parenti. I Malavoglia saranno costretti a vendere la casa del Nespolo, che alla fine il nipote più giovane, Alessi, riuscirà sì a ricomprare, ma il nonno, finito in ospedale, è già morto, solo, e purtroppo la famiglia è disperata e distrutta. I personaggi principali sono: 'Ntoni, che uscito dal carcere lascerà il paese; Mena innamorata del carrettiere Alfio; Lia che si allontanerà dal paese e si perderà; Alessi che ricomprerà la casa. Concludendo, il tema fondamentale dei Malavoglia è la religione della casa, l'ideale dell'ostrica, cioè l'attaccamento della povera gente alla casa, che come uno scoglio nel quale è tutta la sua fortuna. In questo romanzo abbiamo spesso i proverbi che sono molto importanti perchè, per esempio, detti da padron 'Ntoni non esprimono veri dolori; così i proverbi sono usati al posto dei giudizi dell'autore, come se il fatto si commenti da se con le parole della gente, che questo fatto vive e soffre. Tutti i personaggi hanno la stessa importanza per cui in questo romanzo c'è un'armonia e un equilibrio che ricorda la coralità delle tragedie greche. Il linguaggio è conciso, facile a capirsi fatto tutto di cose concrete e di verità. Il valore morale dei Malavoglia si può vedere nell'ultima parte del romanzo in cui vediamo che il piccolo mondo di Acitrezza non è cambiato e l'episodio dei Malavoglia fa parte della triste storia di sempre, simbolo della condizione degli umili ma anche di tutto il genere umano. 'Ntoni, che dopo la triste esperienza del carcere cerca di farsi una nuova vita, ci fa capire che la sventura è utile se ci insegna qualcosa.