lunedì 10 ottobre 2016

Amelia Rosselli (Parigi, 28 marzo 1930 – Roma, 11 febbraio 1996)



La vita di Amelia Rosselli è segnata dalla morte del padre Carlo e dello zio Nello ad opera dei fascisti, nel 1937. Carlo e Nello Rosselli erano importanti esponenti del partito socialista, vennero uccisi, in Francia, per ordine di Ciano e Mussolini.

La madre, inglese, dopo la morte del marito, non utilizzò mai più la lingua italiana, pur conoscendola perfettamente. Inizia per la famiglia Rosselli, madre e tre figli, una vita da rifugiati fra Parigi, Londra, Stati Uniti, Firenze e Roma. 
Amelia studia le lingue dei posti dove va a vivere, ma l'uso della lingua paterna le manca moltissimo. La madre, donna fragile e gravemente malata, colpita gravemente dalla vedovanza, non è capace di trasmettere ad Amelia l'amore materno del quale avrebbe tanto bisogno. A soli cinquantadue anni, nel 1948, conclude la sua esistenza. 
Dopo la morte della madre la scrittrice ne assume il nome e si firma e si fa chiamare Marion. 

Amelia è tormentata da problemi psichici fin dalla giovane età, idee persecutorie e dispercezioni visive ed acustiche, una sofferenza lacerante che non concede tregue, le sembra che la sua vita, la vita in genere, non offra consolazioni, non abbia scopi importanti, sia solo ed unicamente sofferenza. La nonna paterna è l'unica figura di riferimento per Amelia, l'unico rifugio, ma muore, in Italia, nel 1954. Rientrata in Italia, Amelia inizia a frequentare gli intellettuali e i poeti che poi daranno vita al Gruppo 63. La frequentazione di questi autori aumenta l'enfasi e la solennità di certi suoi versi. La scelta di scrivere in italiano le deriva dalla morte di Rocco Scotellaro, giovane poeta e suo grande amico. Rocco era diventato un amico, un fratello, lui così legato al mondo meridionale contadino, lei in perenne peregrinazione, Rocco era diventato un punto di riferimento per la sua esistenza travagliata; lui le aveva fatto conoscere il mondo meridionale.
A causa di questo lutto la salute psichica di Amelia peggiora, si aggiungono intenti autolesionistici gravi; da quel momento la sua vita è scandita da ricoveri in cliniche psichiatriche.  Si sente perseguitata dalla CIA, sente voci: la depressione si aggrava. 
Nel contempo pubblica poesie in inglese e francese. 
Prima della poesia aveva studiato musica e perfezionato violino e pianoforte. Nel 1964, su sollecitazione di Pier Paolo Pasolini, pubblica Variazioni belliche, la sua prima raccolta di poesie in italiano.

Affetta da depressione, viene curata costantemente da psicologi, prima della scuola di Jung, poi della scuola di Freud, con modesti miglioramenti. Con grande ritardo le viene diagnosticato il morbo di Parkinson, lei non accettò mai l'idea di essere ammalata. 
Pubblica nel 1969 Serie ospedaliera, nel 1976 Documento, nel 1981 Impromptu, nel 1990 Diario Ottuso.
Ama leggere in pubblico, e si impegna politicamente, si iscrive al Partito Comunista, ma il suo tormento interiore non le da scampo, e si suicida a Roma nel 1996, lasciandosi cadere nel vuoto.


Fonti:


I fiori vengono in dono e poi si dilatano
da "Documento" (1966-1973)
    
I fiori vengono in dono e poi si dilatano 
una sorveglianza acuta li silenzia 
non stancarsi mai dei doni. 
  
Il mondo è un dente strappato 
non chiedetemi perché 
io oggi abbia tanti anni 
la pioggia è sterile. 
  
Puntando ai semi distrutti 
eri l'unione appassita che cercavo 
rubare il cuore d'un altro per poi servirsene. 
  
La speranza è un danno forse definitivo 
le monete risuonano crude nel marmo 
della mano. 
  
Convincevo il mostro ad appartarsi 
nelle stanze pulite d'un albergo immaginario 
v'erano nei boschi piccole vipere imbalsamate. 
  
Mi truccai a prete della poesia 
ma ero morta alla vita 
le viscere che si perdono 
in un tafferuglio 
ne muori spazzato via dalla scienza. 
  
Il mondo è sottile e piano: 
pochi elefanti vi girano, ottusi. 
  

C'è come un dolore nella stanza
da "Documento" (1966-1973)

C'è come un dolore nella stanza, ed 
è superato in parte: ma vince il peso 
degli oggetti, il loro significare 
peso e perdita. 
  
C'è come un rosso nell'albero, ma è 
l'arancione della base della lampada 
comprata in luoghi che non voglio ricordare 
perché anch'essi pesano. 
  
Come nulla posso sapere della tua fame 
precise nel volere 
sono le stilizzate fontane 
può ben situarsi un rovescio d'un destino 
di uomini separati per obliquo rumore. 


Tutto il mondo è vedovo
da "Variazioni Belliche" (1964)

Tutto il mondo è vedovo se è vero che tu cammini ancora
tutto il mondo è vedovo se è vero! Tutto il mondo 
è vero se è vero che tu cammini ancora, tutto il
mondo è vedovo se tu non muori! Tutto il mondo
è mio se è vero che tu non sei vivo ma solo
una lanterna per i miei occhi obliqui. Cieca rimasi
dalla tua nascita e l’importanza del nuovo giorno
non è che notte per la tua distanza. Cieca sono
chè tu cammini ancora! Cieca sono che tu cammini
e il mondo è vedovo e il mondo è cieco se tu cammini
ancora aggrappato ai miei occhi celestiali. 


Di sollievo in sollievo
da "Serie Ospedaliera" (1969)

Di sollievo in sollievo, le strisce bianche le carte bianche
un sollievo, di passaggio in passaggio una bicicletta nuova
con la candeggina che spruzza il cimitero. 

Di sollievo in sollievo on la giacca bianca che sporge marroncino 
sull'abisso, credenza tatuaggi e telefoni in fila, mentre
aspettando l'onorevole Rivulini mi sbottonavo. Di casa in casa 

telegrafo, una bicicletta in più per favore se potete in qualche
modo spingere. Di sollievo in sollievo spingete la mia bicicletta
gialla, il mio fumare transitivi. Di sollievo in sollievo tutte

le carte sparse per terra o sul tavolo, lisce per credere
che il futuro m'aspetta.

Che m'aspetti il futuro! Che m'aspetti che m'aspetti il futuro
biblico nella sua grandezza, una sorte contorta non l'ho trovata 
facendo il giro delle macellerie.