lunedì 24 ottobre 2016

Anna Maria Ortese (Roma, 13 giugno 1914 – Rapallo, 9 marzo 1998)

Anna Maria Ortese nasce a Roma il 13 giugno 1914, penultima di sei fratelli, in una famiglia modesta. Durante l'infanzia, anche a causa della guerra, la famiglia si  trasferisce spesso, prima in Puglia, poi in Campania, a guerra finita in Libia, per  decidere poi di rientrare presto in Italia. Anna Maria studia nella scuola pubblica, ma senza interesse, e preferisce iniziare la sua formazione da autodidatta.  Inizia a scrivere poesie; le liriche in memoria del fratello, vengono pubblicate e l'incoraggiano a perseverare nella scrittura. Anche il racconto Pellerossa viene pubblicato nel 1934.  Pubblica, poi, nel 1937 i racconti Angelici dolori, il libro  è accolto bene da alcuni critici, ma anche tanto contestato da altri.
Scoppia nel frattempo la seconda guerra mondiale e Anna Maria torna a Napoli.
Nel 1953 pubblica Il mare non bagna Napoli, che le vale il premio Viareggio. Il libro suscita violente critiche e Anna Maria non potrà più abitare a Napoli, soprattutto per i pesanti giudizi rivolto al mondo dei letterati, che si raccoglie intorno alla rivista “Sud” e che da quel momento la isolerà. 
Il romanzo racconta lo “spaesamento” della scrittrice, che proietta i suoi fantasmi sulla città distrutta dalla guerra. Anna Maria sarà per tutta la vita in polemica con la realtà del suo tempo, spinta da un grande bisogno di sincerità.
Vive in questi anni di poche collaborazioni ai giornali e di una piccola pensione, vive viaggiando, spostandosi da un paese all'altro, da un treno all'altro, forse per un innato nomadismo. È stata anche una grande giornalista, che ha saputo raccontare come pochi altri, l'Italia del suo tempo. Nei viaggi è spesso accompagnata dalla sorella Maria, che sacrifica la sua esistenza per seguirla e accudirla.
La sorella e altri familiari prenderanno vita nei personaggi delle sue opere, sempre profondamente ancorate al quotidiano. Nel 1963 scrive L'iguana. Nel 1960 con Poveri e semplici, si aggiudica il Premio Strega.
Sono gli anni della contestazione e Anna Maria comincia a ripensare alla sua infanzia e giovinezza: la cruda situazione di Napoli, la malattia della madre, la morte dei fratelli, la sparizione di tutto nella guerra: da queste riflessioni scaturisce il Il Porto di Toledo del 1975, ma il libro non ha successo.
Nel 1979 pubblica Il Cappello piumato.
Sempre più sola e isolata pubblica Il cardillo addolorato,  il romanzo di chi sente di aver perduto tutto, ma ancora coltiva una speranza nel semplice gesto della scrittura; è l'utopia del poco, del nulla, il desiderio di porre riparo al disastro del mondo con armi fragili, come la pietà. 
Scrive anche poesie e pubblica due raccolte: Il mio paese è la notte del 1996  e La luna che trascorre del 1998.
Solo verso la fine della sua vita  l'interesse del pubblico e degli editori cominciò a crescere intorno alle sue opere.
Il suoultimo romanzo è Adolfo e i visionari, del 1996.
Muore il 10 marzo 1998.
Si dice delle opere della Ortese che sono “a influsso ritardato”, destinate cioè a garantire fama duratura al suo autore, ma non nell'immediato.
Oggi, senza dubbio alcuno,  Anna Maria Ortese figura fra i grandi romanzieri del novecento.

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Preghiera

Fatemi fuggire
da questo paese strano,
ve ne prego con le mani
giunte, fatemi
andare lontano.

Dove la gente parla
in modo buono e sereno.
dove nessuno mente,
dove nessuno trema.

In Islanda, forse,
o dove comincia il Polo,
il freddo terribile rende
gli uomini sereni e buoni.

Dove c’è il sole non posso,
non me la sento di stare,
e dove c’è folla non voglio,
non posso più abitare.

Tutte queste macchine atroci,
queste parole di minaccia,
queste scene di beffa,
questi patiboli in piazza.

L’uno a vedere come
muore l’altro. Dante vide
queste cose settecento
anni fa.

Era profeta, o grande
cronista del Futuro?
Ecco, il Futuro è giunto
Atroce, atroce Muro!

Fatemi partire subito.
Voglio andare lontano,
in un paese freddo
e niente affatto cristiano.

Con fate piccine tra i fiori
e affettuosi genietti
che si tengano per mano
nel chiaro di luna.

Capo Horn, forse,
o la luce del Polo?
Ma fatemi fuggire.
Vi darò monete d’oro
tratte dalla luce lunare.
Non la vita, perché
non ha più valore. Da tempo,
fu destituita.

Oh, dolce in silenzio fuggire,
felice in sonno emigrare,
dove non è più la vita
ma solo il respirare,

Perché è respiro la vita,
la libertà è il respirare,
senza che nessuna ti veda,
senza che nessuno ti chiami.