lunedì 17 ottobre 2016

Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938)

Antonia Pozzi nasce a Milano il 13 febbraio 1912, da una famiglia agiata, di alta tradizione culturale. La madre discende da Tommaso Grossi, poeta e romanziere, il padre è un facoltoso avvocato, ma i genitori sono distanti, presi da mille impegni mondani e Antonia cresce sola e malinconica.  Fondamentale nella sua breve esistenza l'essersi innamorata del suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi.  Amore felice, ma contrastato dalla famiglia, sia per la differenza di età, e sia, soprattutto, per la differenza di censo. La vicenda si conclude con la rinuncia alla “vita sognata”, ma il ricordo rimarrà incancellabile e l'amore insostituibile, nel cuore di Antonia.  
L'amore per la montagna, coltivato sin da bambina, la porta spesso a ritirarsi a Pasturo, dove i genitori hanno comprato una villa settecentesca, e lì si dedica alla scrittura. Compie spesso passeggiate e scalate sui monti, che le servono per mettersi in contatto con la natura e sono successivamente fonte di ispirazione poetica.
Frequenta l'università a Milano, Facoltà di lettere e filosofia,  frequenta gli intellettuali del momento Antonio Banfi, Luciano Anceschi, Remo Cantoni e Vittorio Sereni.
Studi, viaggia e scrive. Nel 1931 è in Inghilterra per studiare l'inglese,  negli anni successivi visita Sicilia, Grecia e Africa Mediterranea.  Fra il 1935 e il 1937 è in Austria e in Germania, per approfondire lo studio della letteratura tedesca. 
Vive con disagio la situazione politica e sociale di quegli anni.
Nel frattempo studia fotografia e compone album bellissimi, la fotografia le serve per fissare un momento, una immagine, che spesso ritroviamo poi anche in poesia. 

Ma queste attività non attenuano il suo tormento e nascondono una “disperazione mortale” che non concede il tempo di vivere. 
Dalla corrispondenza con la nonna sappiamo che desiderava scrivere un romanzo sulla storia della Lombardia, ma il 3 dicembre 1938, davanti all'Abbazia di Chiaravalle ingerisce barbiturici  in quantità mortale.  Aveva ventisei anni.
Il padre cercò a lungo di nascondere lo scandalo del suicidio, come pure la produzione letteraria della figlia.
La sua prima raccolta di poesie esce postuma nel 1939, con la prefazione di Eugenio Montale, verranno poi pubblicati  Diari e carteggi. 
Disse “Vivo della poesia come le vene vivono del sangue”, per proclamare la necessità vitale della poesia.




La vita sognata

Chi mi parla non sa
che io ho vissuto un’altra vita –
come chi dica
una fiaba
o una parabola santa.
Perchè tu eri
la purità mia,
tu cui un’onda bianca
di tristezza cadeva sul volto
se ti chiamavo con labbra impure,
tu cui lacrime dolci
correvano nel profondo degli occhi
se guardavano in alto –
e così ti parevo più bella.
O velo
tu – della mia giovinezza,
mia veste chiara,
verità svanita –
o nodo
lucente – di tutta una vita
che fu sognata – forse –
oh, per averti sognata,
mia vita cara,
benedico i giorni che restano –
il ramo morto di tutti i giorni che restano,
che servono
per piangere te.


Acqua alpina

Gioia di cantare come te, torrente;
gioia di ridere
sentendo nella bocca i denti
bianchi come il tuo greto;
gioia d’essere nata
soltanto in un mattino di sole
tra le viole
di un pascolo;
d’aver scordato la notte
ed il morso dei ghiacci.


La gioia

Domandavo a occhi chiusi
– che cosa
sarà domani la Pupa? –
Così ti facevo ridire
in un sorriso le dolci parole
– la sposa,
la mamma –
Fiaba
del tempo d’amore –
profondo sorso – vita
compiuta –
gioia ferma nel cuore
come un coltello nel pane.


Destino 

Lumi e capanne
ai bivi
chiamarono i compagni.
A te resta
questa che il vento ti disvela
pallida strada nella notte:
alla tua sete
la precipite acqua dei torrenti,
alla persona stanca
l’erba dei pascoli che si rinnova
nello spazio di un sonno.
In un suo fuoco assorto
ciascuno degli umani
ad un’unica vita si abbandona.
Ma sul lento
tuo andar di fiume che non trova foce,
l’argenteo lume di infinite
vite – delle libere stelle
ora trema:
e se nessuna porta
s’apre alla tua fatica,
se ridato
t’è ad ogni passo il peso del tuo volto,
se è tua
questa che è più di un dolore
gioia di continuare sola
nel limpido deserto dei tuoi monti
ora accetti
d'esser poeta.