lunedì 19 dicembre 2016

Sofocle - Edipo Re

di Luigi Malavasi

Il senso più profondo dell'Edipo re, complessa tragedia di Sofocle risalente alla metà del V secolo a.C., è racchiuso, di fatto, nel tentativo di comprendere fin dove possa spingersi – e con quali conseguenze – la conoscenza umana. L'uomo, in altre parole, in che misura deve accettare i limiti posti dalla natura alla sua ricerca razionale della verità?
Edipo, con la sua sete di sapere, porta in scena l'angoscia dell'intera umanità, vanamente protesa alla ricerca di una conoscenza che elimini la paura dell'ignoto. Paura che da un lato è il motore dell'indagine razionale (si teme ciò che non si conosce, e per questo si vuole conoscere), ma, dall'altro, è il prodotto della frustrazione che
inevitabilmente pervade l'animo di chiunque abbia constatato l'impossibilità di raggiungere la meta del vero. In Edipo il lettore non può non riconoscere se stesso.
La tragedia di Sofocle si apre con la descrizione delle conseguenze di un'immane pestilenza che affligge la città di Tebe. Accompagnati da un anziano sacerdote di Zeus, alcuni giovani si recano presso il palazzo del re Edipo affinché questi prenda provvedimenti efficaci contro il flagello. Chi infatti meglio del sovrano – che si era guadagnato a suo tempo il trono liberando la città dalla Sfinge (dal mostro, cioè, che aveva divorato tutti coloro che non erano stati in grado di risolvere il suo indovinello, impresa infine riuscita proprio a Edipo) – potrebbe farsi carico della situazione?
Edipo rassicura a questo punto i cittadini, affermando di avere già inviato il cognato Creonte a consultare l'oracolo di Delfi. Immediatamente fa il suo ingresso in scena proprio Creonte: la peste – annuncia – lascerà la città solo se saranno puniti gli assassini di Laio, il precedente re di Tebe. La reazione di Edipo è istantanea: egli lancia contro questi ultimi una terribile maledizione, dà inizio ad una serrata indagine per scovare i colpevoli e, su consiglio di Creonte, fa chiamare l'indovino cieco Tiresia. Questi, tuttavia, si mostra reticente, non vorrebbe dire ciò che sa. Ma alla fine, messo alle strette, rivela che l'assassino di Laio è lo stesso Edipo. 
Turbato, il re di Tebe respinge le accuse, convinto che il vero obiettivo dell'indovino, d'accordo con Creonte, sia quello di spodestarlo. Tra Edipo e il cognato scoppia quindi una lite, interrotta dall'ingresso in scena di Giocasta (moglie del sovrano e, al contempo, vedova di Laio), che cerca di placare l'ira del marito provando a convincerlo dell'inaffidabilità degli oracoli. Come prova, la regina adduce il ricordo di una vicenda personale: quando era sposata con Laio un oracolo aveva infatti predetto al marito che sarebbe stato ucciso dal figlio, mentre in città – afferma – tutti sostengono che Laio sia stato ucciso da alcuni banditi non lontano da Delfi, all'incrocio di tre strade. Il racconto di Giocasta, tuttavia, sgomenta Edipo: egli ricorda infatti che proprio nel luogo descritto dalla moglie ha in passato ucciso un uomo con la sua scorta in seguito ad un alterco. La descrizione dell'uomo fornita da Giocasta corrisponde poi a quella dell'uomo assassinato da Edipo.

Il re di Tebe ripercorre a questo punto il suo passato. Racconta così alla moglie di essere cresciuto a Corinto con i genitori Polibo e Merope, finché un giorno, poiché un ubriaco aveva insinuato che egli fosse «falso figlio» di suo padre, aveva deciso di recarsi a Delfi per conoscere la verità. Il responso dell'oracolo era stato terrificante: Edipo avrebbe ucciso suo padre e sposato sua madre. Per scongiurare l'avverarsi della profezia aveva quindi ripreso la via non più di Corinto, ma di Tebe, dirigendosi verso la quale, all'incrocio di tre vie, aveva avuto lo scontro con il presunto Laio.
Angosciato, Edipo vuole conoscere a tutti i costi la verità, e non esita a far chiamare l'unico sopravvissuto della strage costata la vita a Laio, un servo che, dopo l'accaduto, aveva voluto abbandonare la città. In attesa dell'arrivo di quest'ultimo giunge però un messaggero da Corinto, il quale informa della morte di Polibo e chiede ad Edipo di raggiungere la sua vecchia città per cingerne la corona. Al rifiuto del re di Tebe – che teme si possa comunque avverare la seconda parte dell'oracolo, quella relativa all'incesto con la madre –, il nunzio replica che non c'è motivo di esitare: Polibo e Merope non sono infatti i veri genitori di Edipo, giacché egli stesso, il messaggero, aveva ricevuto Edipo fanciullo dalle mani di un pastore della casa di Laio e l'aveva poi consegnato ai sovrani di Corinto, i quali l'avevano adottato. Quanto all'identità di questo pastore, il corifeo insinua un dubbio: deve con ogni probabilità trattarsi dello stesso servo che Edipo ha mandato a chiamare.
Giocasta, che ormai ha intuito la verità, cerca di dissuadere il marito dal proseguire l'indagine, ma invano. Disperata, rientra nel palazzo, ma Edipo ancora non comprende appieno la situazione, convinto che la reazione della moglie sia provocata dalla vergogna per aver sposato un uomo di umili natali. A questo punto entra finalmente in scena il servo: riconosciuto dal messaggero, è costretto a rivelare di avere consegnato a quest'ultimo il figlio di Laio e Giocasta, non avendo avuto il coraggio di esporlo sul monte Citerone (come richiesto invece dai sovrani, timorosi che si avverasse l'oracolo secondo cui Laio sarebbe stato ucciso da suo figlio).
Oramai tutto è chiaro: Edipo ha ucciso il padre e sposato sua madre. Disperato, il re rientra nel palazzo e trova Giocasta impiccata; presa una fibbia dalla sua veste si acceca e torna in scena con il viso insanguinato. Non gli resta che congedarsi dalle figlie, condannate all'infelicità, e chiedere a Creonte di essere bandito da Tebe. 
Nella sua affannosa indagine Edipo finisce dunque per realizzare che non è in grado di reggere il peso della verità. La sua identità, che si svela a poco a poco, è incompatibile con le leggi della morale: è doppia, enigmatica e confligge con il razionale principio di non contraddizione, che è alla base del quieto vivere civile. Edipo è lo straniero di Corinto, ma è in realtà nativo di Tebe; decifra enigmi, ma è egli stesso un enigma; è marito ma anche figlio, padre ma anche fratello. Chiaroveggente capace di sconfiggere la Sfinge, si ritrova infine cieco.

Edipo – come sottolinea Umberto Galimberti – abita di fatto una dimensione caratterizzata dalla confusione dei codici, dalla contaminazione dei contrari: le leggi razionali, suo strumento d'indagine, perdono in lui ogni efficacia nel momento in cui abbandona la condizione di membro integrato della comunità per varcare la soglia del sacro. Ha voluto guardare oltre i limiti della ragione, ha preteso di conoscere; ed ha oltrepassato l'invalicabile barriera che separa la realtà umana – regolata dal principio che stabilisce che una determinata cosa è se stessa e non altro – da quella divina, dove il principio di non contraddizione cade, con la conseguente polivalenza continua dei significati.
Una volta entrato nella dimensione sacrale, che l'uomo tiene rigorosamente separata da quella razionale, Edipo non può tornare indietro. Avendo visto il mondo dell'indifferenziato non gli resta che accecarsi, poiché non sarebbe più in grado di vivere tra le differenze della realtà umana. Anche Tiresia, del resto, è cieco: egli vede con gli occhi degli dei, ma per gli uomini è avvolto dalle tenebre. È passato, come Edipo, al di là della ragione; e, significativamente, deve essere appositamente chiamato su consiglio di Creonte proprio perché non vive in comunità, è separato, e c'è bisogno di lui solo quando la civiltà non è in grado di placare la propria sete di conoscenza. Tiresia conosce il destino cui Edipo va incontro: per questo, proprio perché l'impatto col divino rischia di essere devastante, si mostra reticente e vorrebbe tacere.
Considerato dal punto di vista degli abitanti di Tebe, Edipo è un chiaroveggente, finché non pretende di andare troppo oltre i limiti dell'umano; dal punto di vista degli dei, egli perde il suo valore. La sua nuova condizione è la cecità: nella dimensione sacrale Edipo (e con lui Giocasta) perde la regalità e diventa un essere insignificante, spregevole.
La ricerca tenace della verità, desiderata al di sopra di ogni altra cosa, accosta la condizione di Edipo a quella dell'intera umanità. Ogni uomo, al pari del re di Tebe, è quindi, per Sofocle, enigmatico e indecifrabile. Per vivere in comunità è però indispensabile che la follia sia governata dalla ragione, per essere relegata in uno spazio separato. Edipo è pertanto colpevole non delle sue azioni immorali (tutte inconsapevoli), bensì di averle svelate (in primis a se stesso), violando il patto che bandisce dalla società la commistione dei contrari. L'immoralità di Edipo è innocua finché non contamina la città di Tebe; la sua cecità rispetto al vero è irrilevante, mentre la sua cecità rispetto agli uomini è il prezzo da pagare per aver visto con gli occhi degli dei. Edipo non è, in definitiva, colpevole, la sua immoralità non è intenzionale; tuttavia, avendo preteso di conoscere ciò che sta oltre i limiti della ragione, ha scoperto di essere contaminato. Per questo, divenuto immondo, non gli resta che allontanarsi in esilio.