lunedì 30 gennaio 2017

Bálint Balassi (1554 -1594)

di Nerina Ardizzoni

Bálint (Valentino) Balassi nasce a Zólyom, castello dell'Alta Ungheria, il 20 ottobre 1554, primogenito del barone János Balassi, capitano generale degli Asburgo.
La sua famiglia fa parte dell'oligarchia ungherese della seconda metà del cinquecento, oligarchia che fa propria la cultura rinascimentale italiana ed esalta l'individualismo. La famiglia Balassi aderisce alla Riforma e il giovane Bálint viene educato da un predicatore luterano, un insigne letterato, che era stato studente a Padova e a Vienna, all'età di undici anni viene iscritto ad una scuola superiore tedesca, a Norimberga.
Nel 1569, a causa di accuse di tradimento, la famiglia Balassi è costretta a fuggire in Polonia, ove ha dei possedimenti e Bálint deve seguire i suoi genitori.
La vicenda, per fortuna, si chiarisce presto e in modo favorevole e la famiglia Balassi viene invitata a corte alla cerimonia di incoronazione del Re Rodolfo.
Il giovane Bálint viene avviato alla carriera militare e inviato in Transilvania. Alla corte transilvana il giovane si trova bene, grazie all'atmosfera e alla cultura rinascimentale e italianizzante che vi regna, opera della principessa polacca Isabella, discendente, per parte materna, della famiglia Sforza. Balassi è molto colto, conosce almeno nove lingue, ungherese, latino, slovacco, croato, rumeno, polacco, tedesco, italiano e turco, è un poeta e un soldato valoroso.

Quando il padre muore, lasciandolo in difficoltà economiche, si convince che un buon matrimonio potrebbe essere la soluzione dei suoi problemi.
Dopo il fallimento della relazione amorosa con la figlia di uno dei più ricchi possidenti terrieri ungheresi, Bálint si innamora di Anna Losonczy; la relazione vive alti e bassi, ma quando si interrompe, Anna continua ad aiutarlo, prestandogli anche del danaro.
Nel frattempo viene nominato capitano della fortezza di Eger; risalgono a questo periodo i maltrattamenti contro servi e vassalli e le persecuzioni contro i nobili di Liptó. Di questo periodo anche la conversione al cattolicesimo.
Nel 1583 incontra Cristina Dobó, ricca vedova che si innamora di lui. Bálint la preferisce ad Anna, ma sicuramente pensa anche a consolidare la sua posizione sociale. Anna non lo perdonerà mai.
Nel Natale del 1584, mentre il fratello di Cristina è lontano da casa, alla testa dei suoi soldati entra nella fortezza di Sárospatak, porta Cristina nella chiesa e la sposa, prendendo possesso del castello come dote della moglie.
Ma il fratello di Cristina non si dà per vinto, cita Balassi in giudizio presso la corte di Vienna per appropriazione di una fortezza reale e impugna il matrimonio presso l'autorità ecclesiastica con l'accusa di incesto, in quanto gli sposi erano cugini.
Cristina, vedendo che la situazione diventa difficile, cerca segretamente di riappacificarsi con il fratello, e inizia nel frattempo una relazione extraconiugale. Proprio a causa del tradimento e dello scandalo che ne deriva, il matrimonio viene annullato e le accuse più gravi vengono ritirate.
Bálint viene di nuovo nominato comandante di una fortezza.
La maggior parte della vita del poeta si svolge nelle fortezze di confine, dove si combatte la guerra contro i Turchi. Le fortezze sono la vera scuola del nazionalismo ungherese, all'interno di esse si forma una nuova forma di vita militare che, abolite le differenze sociali, unisce le generazioni intorno agli ideali di patria e guerra al Turco.
Nella lirica guerresca Bálint canta ed esalta questa forma di vita.

A Te io grido
che il Tuo soldato sono.
Ti prego, a prodezza conducimi.
Or nel grande Tuo nome
anch'io, o mio Signore
mi sono cinto la spada
solo da Te io attendo
le molte buone fortune
e molte azioni da prode
perché, non per la paga
né per la ricca pred,
tu sai, io percorro la vita.

(A Gesù per la prodezza)

Chi compie azioni da prode può cancellare da solo la vergogna del peccato e Bálint aspira alla redenzione mediante una vita militare al servizio di Dio.
Nel 1587 Anna Losonczy rimane vedova ed unica erede, per regia donazione, del patrimonio del padre István, leggendario eroe della guerra contro i Turchi.
Bálint cerca di riconquistarla e scrive per lei un canzoniere Júlia versek, la più bella raccolta di poesie d'amore comparse fino a quel momento, ma è tutto inutile, il cuore di Anna non verrà riconquistato.
Si tratta di liriche di derivazione petrarchesca, di grande innovazione culturale.

Palpitano i suoi occhi
come quante son stelle
d'inverno, a notte, nel bel cielo.
Con essi schiavo mi fece,
la libertà mi tolse
già da tempo.

(Me da assi lungo tempo)

E come la stella di Marte,
buon eroe e buon capitano,
con l'arma su tutto vince,
ella così coi begl'occhi
al pari di aguzzi pugnali,
Giulia, vince ed avvince;
non c'è sì valente soldato,
alcun la guarda
sopportare non può,
ella lo pone in prigione.

(Sette primarie stelle)

Nel 1589 il poeta parte per la guerra turco-polacca e dice addio alla poesia ed anche all'amore, ma l'incontro con Anna Szárkándy, moglie di un amico ufficiale, risveglierà il cuore e i sensi del poeta. Per lei compone il canzoniere Célia versek; anche in questo caso utilizza un nome inventato, per garantire l'anonimato all'amata; ma la passione è di breve durata e a questo punto Bálint si ritira in un collegio di Gesuiti, a Braunberg, ed inizia a scrivere poesie religiose.
Ritrovate le forze psichiche e fisiche incontra un nuovo amore, una dama rimasta sconosciuta, chiamata dal poeta Fulvia: anche a lei dedicherà rime amorose. Questo canto, del ciclo di Fulvia, è una gemma della lirica ungherese e il riassunto della vita del poeta:

Più a lungo Jiulia,
maggiormente Celia
fino adesso amai

da quella amaramente,
da codesta amorosamente
e gaio già mi congedai.

Ora Fulvia mi brucia
causandomi la morte
chè del fuoco suo m'infiammai.

Nel 1591 scoppia la grande guerra turca dei quindici anni e l'anno seguente troviamo Bálint sul campo di guerra di Esztergom.
Il 19 maggio 1594 viene ferito alle gambe in modo grave, da un colpo di cannone, l'amputazione degli arti non lo salverà, muore il 30 maggio 1594, dopo dieci giorni di sofferenze; al suo capezzale il suo amico e discepolo János Rimay, colui che curerà la raccolta della sua opera poetica.

Così volendo, Te io benedica
Te io adori,
senza peccati
e il bene esercitando
possa io morire in pace,
senza affanno e tormento.

(Dammi ormai la calma)


Fonti

Le poesie sono state tradotte dalla Prof.ssa Edoarda Dala Gardini