venerdì 6 gennaio 2017

Francesco Luigi Ferrari

di Luigi Malavasi

Anni dopo la sua morte, di Francesco Luigi Ferrari, Sturzo raccontò che «un modenese della DC non sapeva chi fosse e che cosa avesse fatto». Eppure Ferrari era stato un importante esponente del movimento cattolico del capoluogo emiliano, oltre che una personalità di spicco in seno al Partito popolare. Anche, ma di certo non solo, per questo, la sua riflessione politica, probabilmente nota quasi esclusivamente a chi – per professione o per interesse – coltiva abitualmente studi storici, meriterebbe un più convinto sforzo divulgativo.
Ferrari nacque a Modena il 31 ottobre 1889. Compì i primi studi tra Piacenza, Torino e Modena – a causa dei continui spostamenti che il padre, giornalista, imponeva all’intera famiglia –, finché nel 1907 non si iscrisse alla facoltà di ingegneria della sua città. 

Due anni dopo passò a giurisprudenza, iniziando un percorso di studi che, dopo la laurea nel 1913, l’avrebbe portato ad intraprendere una brillante carriera da avvocato.
Gli anni dell’università furono decisivi per la formazione politica di Ferrari. Egli entrò presto in contatto con le principali associazioni cattoliche modenesi e nel 1908 fondò il circolo Ludovico Antonio Muratori, sezione locale della FUCI, i cui membri, fortemente condizionati dagli ideali della democrazia cristiana, svolgevano attività di propaganda con occhio attento alla questione sociale.
L’opera di Ferrari, molto attivo anche in ambito sindacale, ricevette immediati apprezzamenti a livello nazionale, tanto che nel 1910 lo studente modenese divenne presidente della FUCI. Sotto la sua direzione la Federazione universitaria cattolica pose le basi per un proficuo dialogo con lo Stato italiano, accostandosi ai valori laici della democrazia. I progetti di Ferrari, volti anche a combattere l’eccessiva clericalizzazione delle associazioni cattoliche, presto si scontrarono tuttavia con la gerarchia ecclesiastica, la quale, accusandolo – per bocca del vescovo di Piacenza – esplicitamente di modernismo, di fatto lo indusse, nel 1912, a rassegnare le dimissioni da presidente della FUCI.
Nel frattempo anche sul versante sindacale erano sorte complicazioni. L'Ufficio del Lavoro – centro di coordinamento dell'attività sindacale modenese di matrice cattolica che Ferrari aveva contribuito a fondare nel 1909 – incontrava infatti grosse difficoltà di fronte alle efficienti organizzazioni socialiste, palesando quello che, a parere del giovane studente, costituiva il vero limite dell'associazionismo cattolico: la mancanza di un partito in grado di tradurre in energia politica l'impegno profuso nel sociale.
In quest'ottica, ritenendo un dovere partecipare alla vita pubblica, nel 1914 lo stesso Ferrari si candidò – con successo – a consigliere comunale, avanzando diverse proposte di stampo riformista. Lo scoppio della guerra, tuttavia, interruppe bruscamente questa esperienza amministrativa, anche perché Ferrari, interventista di ideali patriottici, nel giugno del 1915 partì per il fronte.
Rientrato a Modena nel 1919, l'ex presidente della FUCI riprese il suo posto in consiglio comunale e aderì con convinzione al PPI di don Sturzo, prodigandosi per dar vita a sezioni del partito in tutta la provincia. Il suo impegno politico, volto essenzialmente a combattere le piaghe dell'inflazione e della disoccupazione, fu contrastato tanto dai cattolici intransigenti – critici rispetto all'aconfessionalità del PPI – quanto dai socialisti, che vedevano nei popolari di sinistra dei potenziali pericolosi rivali. Fatto oggetto di violenti attacchi (alcuni «briganti rossi», come li definì il periodico cattolico «Il Frignano», giunsero persino a bastonarlo), Ferrari si presentò comunque come candidato alle amministrative del 1920, riuscendo eletto consigliere provinciale su  posizioni che si discostavano nettamente da quelle, prevalenti, dei popolari conservatori.
Sempre più isolato all'interno del movimento cattolico modenese, Ferrari ottenne invece l'appoggio degli esponenti più in vista della sinistra popolare italiana, il che gli consentì di mettersi in luce durante il terzo congresso del PPI, tenutosi a Venezia nell'ottobre del 1921. In quell'occasione egli stigmatizzò i compromessi politici con le forze liberali, suggerendo di subordinare l'accettazione di qualsiasi alleanza elettorale all'impegno concreto per la realizzazione del programma sociale delineato da Sturzo. Solo su queste basi – riteneva – il partito poteva «assumere direttamente la responsabilità del potere».
La riflessione politica di Ferrari, apprezzata nell'assise veneziana, conteneva poi un importante elemento di novità: il partito, fermo restando il veto su qualsiasi proposta di collaborazione che si discostasse dal programma sturziano, se non aveva margini di trattativa con il nascente fascismo, non doveva assumere, a suo parere, un atteggiamento pregiudizialmente ostile ad un'alleanza che guardasse a sinistra. La proposta – comunque destinata a cadere nel vuoto a causa sia della tradizionale diffidenza dei socialisti, sia, soprattutto, dello scetticismo con cui venne accolta dalla destra clericale – rifletteva la ferma convinzione di Ferrari che i compromessi clericali con il duce avrebbero trascinato il PPI alla rovina. Convinzione che, dopo la marcia su Roma, fu all'origine delle proteste – affidate in particolare alle pagine de «Il Domani d'Italia», rivista che Ferrari aveva contribuito a fondare con alcuni amici – con cui l'avvocato modenese accolse la decisione del gruppo parlamentare popolare di appoggiare il primo governo Mussolini. 
Rivendicando l'autonomia del PPI al congresso di Torino del 1923, Ferrari sperava inoltre di smascherare il doppio gioco del duce, che pareva disposto a fare concessioni alla Santa Sede in cambio del ritiro dell'appoggio del Vaticano a don Sturzo. E quanto il giovane modenese, raccomandando prudenza nelle trattative col regime, avesse colpito nel segno fu reso evidente poco dopo dall'iniziativa dello stesso Mussolini, che minacciò ripercussioni anticlericali in caso di mancato appoggio popolare a quella legge elettorale Acerbo che, di fatto, avrebbe ridotto al minimo i margini di manovra del PPI.
I tempi, tuttavia, non erano ancora maturi per una completa comprensione delle riflessioni di Ferrari. Dopo il delitto Matteotti egli diede nuovamente prova di lungimiranza giudicando inconcludente la strategia aventiniana, ma non poté andare oltre una condanna morale del regime. Consolidatasi la dittatura, intuì infine che, al di là delle sterili discussioni sulle questioni legalitarie, per minare il potere di Mussolini gli antifascisti avrebbero dovuto pianificare un lungo programma di educazione democratica del popolo italiano.
Di questi temi Ferrari parlò in occasione del congresso di Roma del giugno 1925, ultimo atto di rilievo della sua carriera politica in Italia. Di lì a un anno, infatti, divenuto bersaglio di ripetuti attentati squadristici, prese la via dell'esilio, stabilendosi a Lovanio, in Belgio.
Nella città fiamminga Ferrari conseguì nel 1928 il dottorato in scienze sociali, discutendo una tesi intitolata Le régime fasciste italien, attenta riflessione sulle condizioni storiche che avevano permesso a Mussolini di instaurare la dittatura. Impossibilitato, a causa del diretto intervento dell'ambasciatore italiano a Bruxelles, a proseguire la carriera accademica, si avvicinò a Gaetano Salvemini – collaborando al suo progetto di ricerca sulla storia contemporanea – e diede vita al Comité Italien de Bruxelles, centro di studi politico-sociali.
Fortemente critico nei confronti dei Patti Lateranensi – giudicati un compromesso politico con un governo, quello fascista, la cui concezione dello Stato era inconciliabile con quella cattolica –, Ferrari si prodigò per tenere viva l'identità dei popolari, soprattutto dopo che il Concordato, proibendo ai preti di svolgere attività politica, aveva di fatto messo Sturzo fuori causa. Con alacre impegno organizzò un segretariato del PPI all'estero, collaborò a numerose riviste – fondandone una sua intitolata Res Publica – e strinse profondi legami con importanti esponenti dell'antifascismo, come Carlo Rosselli e Lauro De Bosis. Visse infine una significativa esperienza all'interno del Segretariato internazionale dei partiti democratici di ispirazione cristiana, che volle sensibilizzare rispetto alla minaccia fascista anche in prospettiva europea.
Trasferitosi a Parigi, Ferrari trascorse gli ultimi anni della sua vita come direttore di una casa editrice. Morì il 2 marzo 1933, a soli 43 anni, a causa del riacutizzarsi di un trauma polmonare provocato dalle percosse subite in passato. Ai cattolici, cui aveva voluto tramandare una sofferta e lucida analisi della realtà contemporanea, lasciava in eredità un sincero anelito di libertà.