venerdì 13 gennaio 2017

Giorgio Vecchio - Un «Giusto fra le Nazioni»: Odoardo Focherini

di Luigi Malavasi

Quella di «Giusto fra le Nazioni» è un'onorificenza che viene conferita da Yad Vashem (ente nazionale israeliano incaricato di preservare la memoria delle vittime e degli eroi della Shoah) ai non ebrei che, durante le persecuzioni naziste, si siano prodigati a rischio della propria vita per mettere in salvo anche un solo ebreo. A Odoardo Focherini questo riconoscimento fu attribuito nel 1969, 25 anni dopo la tragica morte nel lager di Hersbruck. Oggi, a più di un secolo dalla nascita, il professor Giorgio Vecchio ci offre la prima biografia completa di Focherini (G. Vecchio, Un «Giusto fra le Nazioni»: Odoardo Focherini (1907-1944), EDB, Bologna 2012), che egli definisce un uomo «normale» capace di compiere gesti eroici «anormali» con il solo fine di adempiere il proprio dovere di cristiano.
Odoardo Focherini nacque a Carpi il 6 giugno 1907 da Tobia, commerciante originario della Val di Sole, e Maria Bertacchini. Rimasto orfano di madre nel 1909, il piccolo Odoardo ebbe la fortuna di trovare in Teresa Merighi, seconda moglie del padre, una matrigna amorevole, che si preoccupò per di più di impartire al figlio una rigorosa educazione religiosa. Fu proprio Teresa Merighi a propiziare l'incontro di Focherini con Zeno Saltini, presidente della Federazione giovanile cattolica diocesana di Carpi, nonché futuro fondatore, nel dopoguerra, della comunità di Nomadelfia. Al suo fianco Focherini compì i primi passi entro le strutture associative incardinate nell'Azione Cattolica, finché nel 1924 non divenne segretario della Federazione giovanile, propugnando l'«idea di una fede cristiana vissuta con convinzione e praticata nella vita quotidiana, fino alla coraggiosa testimonianza pubblica».
Il suo impegno accanto a Saltini e al di lui assistente don Armando Benatti si rivolse soprattutto all'educazione dei più giovani, attraverso la promozione di iniziative editoriali – degno di nota il periodico per ragazzi «L'Aspirante», sorto nel 1924 e presto destinato a diventare organo ufficiale, a livello nazionale, della Gioventù cattolica –, la costituzione di un'«Opera Realina» – finalizzata a coordinare l'apostolato e le attività dei giovani cattolici frequentanti l'oratorio dedicato al beato Bernardino Realino – e la formazione di un reparto carpigiano di Esploratori cattolici.
Chiamato nel 1927 a svolgere il servizio di leva, al rientro a Carpi Focherini riprese il suo impegno nell'associazionismo cattolico, assumendo la guida della Federazione giovanile. «Due – scrive Vecchio – sono gli avvenimenti che caratterizzano la presidenza Focherini in questo suo primo mandato e risalgono entrambi al 1929»: la celebrazione del I Congresso eucaristico diocesano e l'udienza da papa Pio XI. In generale, il bilancio dei primi due anni di presidenza (che si sarebbe protratta fino al 1934) fu positivo, contraddistinto dall'aumento del numero dei soci e dall'apertura di nuovi circoli parrocchiali.
Gli anni Trenta segnarono una svolta nella vita privata e professionale di Focherini. Il 1930 fu l'anno del matrimonio con Maria Marchesi, da cui sarebbero nati ben sette figli. L'unione, scrive Vecchio, fu «tutt'altro che "di maniera"», fondata «sulla preghiera, la fede e l'amore quotidiano».

Ma anche sul versante lavorativo si profilavano drastici cambiamenti. Abbandonata infatti la bottega paterna, nel 1934 Focherini fu assunto dall'agenzia di Modena della Società cattolica di assicurazione, impiego che gli garantì una certa sicurezza economica con cui far fronte al mantenimento della numerosa famiglia e, al contempo, gli consentì di tenere vivo il suo impegno in una AC sempre più ostacolata dalle ingerenze del regime. Gli anni Trenta, infatti, furono caratterizzati anche dallo scontro tra Chiesa e fascismo, il quale pretendeva di avocare a sé il totale controllo dell'educazione giovanile. Esito di questa contrapposizione fu dapprima il compromesso del 1931 – in base al quale l'AC, definita come «essenzialmente diocesana», doveva ribadire la sua apoliticità e rinunciare a svolgere, in ambito giovanile, qualsiasi attività che non avesse esclusiva finalità religiosa –, seguito, nel 1940, dalla riorganizzazione statutaria della stessa AC, che veniva di fatto clericalizzata escludendo i dirigenti laici dai posti di responsabilità gestionale. 
Focherini visse sulla propria pelle queste vicende. In particolare fu costretto ad abbandonare la carica di presidente della giunta diocesana (che deteneva dal 1936), dedicando buona parte del tempo lasciato libero dal lavoro alla gestione dell'«Avvenire d'Italia», giornale del cui consiglio di amministrazione entrò a far parte nel 1939. I suoi articoli – scrive Vecchio – «riflettono la sua attività e la sua personalità, oltre che lo spirito del tempo, che si esprime attraverso uno stile ricco di aggettivi roboanti ed entusiastici, soprattutto quando si deve parlare delle autorità ecclesiastiche e civili».
Trasferitosi nel 1940 a Mirandola, Focherini affrontò i primi mesi di guerra immerso nel clima di forte dissenso manifestato dai cattolici italiani nei confronti della politica nazista. Di fronte alla tragedia del conflitto, a differenza di molti che vollero evitare qualsiasi coinvolgimento, egli ritenne però suo precipuo dovere di cristiano adoperarsi per alleviare le sofferenze dei più bisognosi. Tra questi, naturalmente, molti erano ebrei, soprattutto quando, dopo l'8 settembre del 1943, «si passa dalla fase della "persecuzione dei diritti" a quella della "persecuzione della vita"».
L'impegno umanitario di Focherini nei confronti di questi ultimi – reso possibile da numerosi appoggi e contatti, su tutti quello di don Dante Sala – era organizzato in modo tale da delineare un preciso «percorso di salvataggio, lungo la direttrice Modena-Milano-Como-Cernobbio-Svizzera». Il duro compito che Focherini volle assumersi è schematicamente diviso da Vecchio in tre incombenze fondamentali: 1) «accogliere le richieste dei perseguitati»; 2) «provvedere alla preparazione di documenti falsi» e «assegnare a ogni fuggiasco quel che serve per sopravvivere nel pericoloso tragitto verso la salvezza»; 3) «essere fisicamente presente nei momenti angosciosi della partenza, assicurando a ciascuno un conforto che non è solo materiale, ma che è fatto di sorrisi, di battute, raccomandazioni, sostegno psicologico e spirituale».
Favorire la fuga di ebrei – secondo i dati forniti da don Sala, in tutto 105 tra il settembre e il dicembre del 1943 – esponeva ovviamente a tremendi rischi. Focherini ne era consapevole, ma, pur agendo con la dovuta prudenza, non poté impedire che cominciassero a sorgere sospetti sulla sua condotta. Verosimilmente divenuto oggetto di delazioni, fu arrestato l'11 marzo 1944 e trasferito, due giorni dopo, nel carcere di S. Giovanni in Monte a Bologna.
Dalle lettere che riuscì clandestinamente a far consegnare all'amico Umberto Sacchetti – da poco assunto dall'amministrazione de «L'Avvenire d'Italia» – emergono chiaramente la preoccupazione per le sorti della famiglia e la speranza di riuscire a dimostrare la propria innocenza, se non grazie all'intervento di influenti personalità del mondo cattolico, quantomeno per l'assenza di prove concrete a suo carico. Tuttavia, presto Focherini dovette lasciar cadere ogni illusione. Dopo tre mesi e mezzo di reclusione a Bologna fu infatti trasferito nel campo di Fossoli, preludio alla deportazione in Germania. «Caratteristica di un campo come quello di Fossoli – spiega al riguardo Vecchio – è di accogliere nuovi prigionieri [...] fino a raggiungere un numero adeguato per poter "riempire" un treno e farlo partire con destinazione Auschwitz».

Focherini non fu però condotto nel famigerato lager polacco. Il 5 agosto 1944 partì alla volta di Bolzano, dove venne internato in un campo in cui ai prigionieri era imposto di «lavorare in condizioni quanto mai dure». Esattamente un mese dopo lasciò definitivamente l'Italia: la destinazione era la cittadina tedesca di Flossenbürg, sede di un grande Konzentrationslager da cui dipendevano ben 97 sottocampi. In uno di questi, a Hersbruck, Focherini trovò la morte il 27 dicembre 1944, stroncato dalle disumane condizioni di lavoro. 
Nel 1969, come anticipato, fu riconosciuto «Giusto fra le Nazioni», onorificenza che – precisa Vecchio – non intende ricordare «un individuo "perfetto", senza macchia e paura per tutta la vita, ma soltanto colui (o colei) che in un preciso momento ha saputo rischiare e aiutare il suo prossimo in pericolo». In questo senso, dunque, Odoardo Focherini fu un uomo «Giusto»; poiché, di fronte all'abominio del fanatismo nazista, non esitò a sacrificare se stesso, sorretto da una fede che non vacillò nemmeno durante la tragica detenzione. E in questo senso va inquadrata la decisione della Chiesa di dare avvio, a partire dal 1994, alla procedura per la causa di beatificazione.