martedì 10 gennaio 2017

Joy Harjo (9 maggio 1951, Tulsa, Oklahoma)

di Nerina Ardizzoni

Forse la più nota poetessa nativa americana contemporanea. Appartiene alla tribù dei Creek, vanta fra i suoi antenati figure storiche. Nasce il 9 maggio 1951 a Tulsa, Oklahoma, negli Stati Uniti . È registrata come membro della Tribù del Creek Mvskoke Branch e ha assunto il cognome della nonna "Harjo", nome molto comune ai Creek Tribe, quando aveva diciannove anni. Dopo una infanzia turbolenta a causa del divorzio dei genitori, fugge giovanissima nel sud America. Frequenta l'American Indian Arts Institute di Santa Fé per diventare pittrice. Harjo sposa Phil Wilmon, ha un figlio, chiamato Phil Dayn, ma dopo poco tempo Harjo e Wilmon divorziano. 
A ventidue anni inizia a scrivere stimolata dal fiorire di opere di scrittori nativi, è il periodo della “Native American Renaissance”, anche la relazione con il poeta Simon Ortiz la spinge a pubblicare una prima raccolta intitolata “The last song”, segue nel 1983 She had same horses (Lei aveva dei cavalli). Il mito dei cavalli serve a richiamare la tradizione indiana e a rappresentare visivamente il suo mondo interiore. La poesia di Joy cerca di esplorare il mondo delle relazioni umane. In linea con la tradizione nativa americana tiene in gran conto il potere della memoria, della sopravvivenza culturale contro ogni forma di imperialismo e di prevaricazione. Così, nelle pagine di “Con furia d’amore e in guerra”, si viene catapultati nelle desolate lande americane teatro di vite spezzate e di efferatezze imperdonabili: ma la ferita, quella di un popolo che non ha più nessun mezzo per ricucire le umiliazioni e il dolore, non dà vita a un universo spaccato a metà, disgiunto, c’è qualcosa che può riunire ciò che è stato dilaniato, ed è proprio la cultura tribale, ricca com’è di racconti e leggende ispirate alla natura e agli animali, imperniata sul concetto del tutt’uno. Grazie a queste favole, grazie alla presenza di bisonti, cervi e animali è possibile aprire “un varco in una stagione di false mezzanotti”, o continuare a insistere sulla strada dell’ “epica ricerca della grazia” nonostante si sia costretti a scivolare “per campi di fantasmi”, brancolando “in un inverno di ricordi espatriati”. Ma non tutto è perduto, dal momento che “c’è qualcosa di più vasto della memoria / di un popolo espatriato”. Dice la poetessa:

Il modo in cui ricordo, considerando la natura stessa della parola, è in relazione con l’andare indietro, ma la sento anche in un altro modo. la sento come un divenire, non solo l’andare indietro, ma il divenire ora, e anche gli accadimenti futuri… La memoria è una grande forza viva che plasma il futuro”.
E' molto importante anche l'ottica femminile e femminista, in cui la donna è equiparata alla forza primordiale e archetipica del guerriero. Joy Harjo è attualmente docente presso l'Università della California a Los Angeles e abita alle Hawaii. Fa parte del gruppo musicale “Poetici Justice”, ed ha inciso album in cui blues e versi delle poesie si sono fusi, creando una musica di grande suggestione. Harjo attualmente si interessa di affari politici relativi ai nativi americani negli Stati Uniti. Il suo sito web contiene diversi blog che illustrano la sua presa di posizione sulle questioni politiche attuali e il suo forte sostegno per i diritti delle donne e l'uguaglianza. È anche un membro attivo della Muscogee Tribù e utilizza la sua poesia come "una voce dei popoli indigeni".



Lei aveva dei cavalli.
Aveva cavalli che erano corpi di sabbia.
Aveva cavalli che erano mappe disegnate di sangue.
Aveva cavalli che erano pelli d’acqua dell’oceano.
Aveva cavalli che erano l’aria azzurra del cielo.
Aveva cavalli che erano mantello e denti.
Aveva cavalli che erano argilla e si spezzavano.
Aveva cavalli che erano roccia rossa scheggiata.

Lei aveva  dei cavalli.
Aveva cavalli con lunghi seni appuntiti.
Aveva cavalli con salde cosce brune.
Aveva cavalli che ridevano troppo.
Aveva cavalli che tiravano sassi nei vetri delle serre.
Aveva cavalli che leccavano lame di rasoi.

Lei aveva dei cavalli.
Aveva cavalli che danzavano tra le braccia delle loro madri.
Aveva cavalli che pensavano di essere il sole e i loro
corpi brillavano e bruciavano come stelle.
Aveva cavalli che di notte ballavano il valzer sulla luna.
aveva cavalli che erano fin troppo timidi, e se ne stavano quieti
in box da loro creati.

Lei aveva dei cavalli.
Aveva cavalli a cui piacevano i canti della Stop Dance dei Creek.
Aveva cavalli che piangevano nella birra.
Aveva cavalli che sputavano alle checche che li rendevano
paurosi di se stessi.
Aveva cavalli che dicevano di non avere paura.
Aveva cavalli che mentivano.
Aveva cavalli che dicevano la verità, e a cui era stata strappata la lingua.

Lei aveva dei cavalli.
Aveva cavalli che chiamavano se stessi ”cavallo”.
Aveva cavalli che chiamavano se stessi ”spirito”, e tenevano
segrete le loro voci e per sé.
Aveva cavalli che non avevano nome.
Aveva cavalli che avevano libri di nomi.

Lei aveva dei cavalli.
Aveva cavalli che sussurravano nel buio,timorosi di parlare.
Aveva cavalli che gridavano dalla paure del silenzio, che
portavano coltelli per proteggersi dai fantasmi.
Aveva cavalli che aspettavano la distruzione.
Aveva cavalli che aspettavano la resurrezione.

Lei aveva dei cavalli.
Aveva cavalli che si inginocchiavano davanti a ogni salvatore.
Aveva cavalli che pensavano che l’alto prezzo li avesse salvati.
Aveva cavalli che cercavano di salvarla, che di notte andavano
nel suo, letto e pregavano mentre la violentavano.

Lei aveva dei cavalli.
Aveva dei cavalli che amava.
Aveva dei cavalli che odiava.

E questi erano gli stessi cavalli.
.
No, non litigavamo mai

Sì, ero proprio io a tremare di coraggio, con un fucile del governo alla schiena. Scusa

se non ti ho salutato come meritavi, tu che sei mio parente.
Non erano mie le lacrime. Io ho un serbatoio interno. Saranno poi versate dai miei figli, dalle mie figlie se non imparo a trasformarle in pietre.
Sì, ero io, quella in piedi sulla porta di dietro della casa, nel vicolo, con un piatto di fagioli in mano per i vicini, il bimbo sul fianco.

No. Il diluvio di sangue non l’avevo previsto.

Non pensavo che loro, dimenticata l’amicizia, sarebbero tornati ad ammazzare me e il bambino.

Sì, ero io quella che volteggiava sulla pista da ballo.

Che chiasso abbiamo fatto con tutta la gioia. Ho amato tutto il mondo in quella musica di poco conto
Non ho capito la danza terribile in mezzo al ritmo secco dei proiettili.

Sì. L’ho sentito l’odore di grasso bruciato dei cadaveri  accesi con le pagine delle nostre poesie.

E come una scema speravo che le nostre parole si sarebbero sollevate  per  inceppare l’artiglieria
in mano ai dittatori.

No. Siamo dovuti andare avanti. Cantavamo il nostro dolore per depurare l’aria dagli spiriti nemici.
Sì. Le ho viste quelle terribili nuvole nere sopra il paese  mentre cucinavo la cena. E i messaggi che i moribondi scrivevano dentro un tramonto di ceneri. Tutti quanti lo stesso indirizzo:  alla madre.

Non c’era niente di tutto questo nei notiziari. C’erano  le stesse cose. La disoccupazione in aumento. Un’altra regina incoronata di fiori. E poi, le classifiche dello lo sport.

.
Sì, la distanza era grande tra il tuo paese e il mio. Però i nostri bambini giocavano nel viottolo tra le nostre case insieme
.
No. Non litigavamo mai.




Fonti
Antologia della poesia americana a cura di A. Francini 2004 E-ducation.itS.p.A. Firenze
cafeartistes.blogspot.com/2010/03/la-voce-dei-nativi-americani-nella.html
www.carteggiletterari.it/.../i-versi-di-joy-harjo-potente-voce-della-tribu-dei-creek-di-l... https://en.wikipedia.org/wiki/Joy_Harjo