lunedì 13 febbraio 2017

Cesare Pavese (1908-1950)

di Nerina Ardizzoni

Cesare Pavese nasce a S.Stefano Belbo, paese delle Langhe, il 9 settembre 1908.
Il padre, cancelliere al Tribunale di Torino, possiede un podere, nelle Langhe, in cui Cesare, da piccolo, trascorre le vacanze estive. Sono periodi bellissime e a quei luoghi dell'infanzia lo scrittore rimarrà legato anche negli anni della maturità. La felicità dura fino al 1916, anno in cui, a seguito di sfortunate vicende familiari, casetta e podere vengono venduti.
Cesare Pavese studia a Torino, ha come maestro Augusto Monti, che sarà poi un punto di riferimento per tutti i giovani liberali torinesi. La vocazione letteraria si manifesta molto presto e con una serietà non comune. L'ambiente di formazione è quello della cultura piemontese di Piero Gobetti, Antonio Gramsci e Leone Ginzburg.
Nel 1930 si laurea, discutendo una tesi sulla “Interpretazione di W. Whitman”, avvio di una lunga attività di americanista e anche modello iniziale di prove poetiche.
Ai saggi su S. Anderson, G. Stein, W. Faulkner seguono presto magistrali traduzioni delle loro opere. Insofferente delle correnti ermetiche e rondiste, Pavese cerca nuovi modelli realistici; la scoperta di una nuova letteratura, quella americana, è all'origine di una profonda rottura con la cultura ufficiale italiana.
Non essendo iscritto al Partito Fascista, Pavese deve accontentarsi di insegnare in istituti privati, in corsi serali e con una retribuzione bassa; nel 1931 perde anche la madre. Inizia in questo periodo la collaborazione con la casa Editrice Einaudi. Nel 1934, sostituisce Leone Ginzburg nella direzione della rivista Cultura.
Innamorato di una ragazza impegnata nel Partito Comunista Clandestino decide di aiutarla, facendo da tramite per la consegna di corrispondenza, ma viene scoperto, arrestato e inviato al confino a Brancaleone Calabro nel 1935. La condanna a tre anni viene ridotta a uno per buona condotta, ma al ritorno, Pavese, trova la ragazza amata sposata ad un altro uomo.
Lo sconforto e la delusione sono enormi, comincia ad evidenziarsi l'incapacità dello Scrittore di adattarsi alla vita, inizia una crisi esistenziale che lo terrà per anni sospeso in una tormentata ossessione di suicidio. Si innamora poi di Fernanda Pivano, ma anche questo amore non è corrisposto.
Riprende a lavorare freneticamente, perché solo la letteratura sembra dargli sollievo. La testimonianza di questo travaglio interiore si trova nel diario “Il mestiere di vivere”, pubblicato più tardi, nel 1952.
Tornato dal confino pubblica il libro di poesie “Lavorare stanca”, è il 1936. Il libro viene apprezzato da pochi, perché si tratta di un testo nuovo, condotto con una tecnica prosastica sconosciuta in Italia. Continua intanto il lavoro di traduttore. Nel 1941 pubblica il romanzo “Paesi tuoi”, che riscuote un notevole successo di critica. Nel 1940, a seguito della dichiarazione di guerra, viene chiamato alle armi, ma a causa di una grave forma di asma, viene congedato. Nel 1942 pubblica La spiaggia, romanzo non impegnato, del quale si vergognerà presto. L'8 settembre del 1943 è a Torino, e, a seguito dello sbandamento dell'esercito e della conquista dei tedeschi, si rifugia, con la famiglia della sorella, nel Monferrato.
Il 1944 è un anno di riposo e meditazione, insegna in un istituto di Padri Somaschi e sembra alla soglia di una conversione. Dopo la Liberazione è di nuovo a Torino, si iscrive al Partito Comunista e collabora al giornale “L'Unità”. Al romanzo “Il compagno”, del 1947, viene assegnato il premio Salento, il riconoscimento lo consacra autore impegnato di un nuovo realismo letterario.
Nel 1950 ottiene il Premo Strega per il trittico “La bella estate”. Conosce in questo periodo una attrice americana, Constance Dowling e se ne innamora, le dedica il romanzo “La luna e i falò”, ma anche questa volta l'amore non è corrisposto ed è ancora motivo di grande sconforto per Pavese.
Il 27 giugno 1950, a Torino, la disperazione prende il sopravvento, in una stanza d'albergo si suicida con il sonnifero, nessuno degli amici ai quali aveva telefonato aveva potuto raggiungerlo.
Sul frontespizio di una sua opera “ I dialoghi con Leucò”, posata sul tavolino, si potevano leggere le sue ultime parole:
Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate molti pettegolezzi”


Lavorare stanca

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest'uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

Ci sono d'estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest'uomo, che giunge
per un viale d'inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c'è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s'incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c'è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest'uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

Notte

Ma la notte ventosa, la limpida notte
che il ricordo sfiorava soltanto, è remota,
è un ricordo. Perdura una calma stupita
fatta anch'essa di foglie e di nulla. Non resta,
di quel tempo di là dai ricordi, che un vago
ricordare.
Talvolta ritorna nel giorno
nell'immobile luce del giorno d'estate,
quel remoto stupore.
Per la vuota finestra
il bambino guardava la notte sui colli
freschi e neri, e stupiva di trovarli ammassati:
vaga e limpida immobilità. Fra le foglie
che stormivano al buio, apparivano i colli
dove tutte le cose del giorno, le coste
e le piante e le vigne, eran nitide e morte
e la vita era un'altra, di vento, di cielo,
e di foglie e di nulla.
Talvolta ritorna
nell'immobile calma del giorno il ricordo
di quel vivere assorto, nella luce stupita





Fonti