lunedì 13 febbraio 2017

Il pessimismo di Giovanni Verga

di Luigi Malavasi

La Prefazione a I Malavoglia – che funge da premessa anche all'intero Ciclo dei Vinti – costituisce senza dubbio il più articolato documento di teoria narrativa che Giovanni Verga ci abbia lasciato.
Per prima cosa, il grande romanziere siciliano afferma che il suo racconto vuole essere uno «studio sincero e spassionato» dei meccanismi che regolano, a partire dalle classi subalterne, la nascita e lo sviluppo delle «irrequietudini pel benessere». Occorre però considerare che la continua «ricerca del meglio» assume caratteristiche differenti in base alla stratificazione sociale: se essa, infatti, al livello più basso si riduce ad una semplice «lotta pei bisogni materiali», ai gradini più alti della cosiddetta piramide delle classi corrispondono, progressivamente, l'«avidità di ricchezze», la «vanità aristocratica» e l'«ambizione». Nel progetto verghiano del Ciclo dei Vinti, ognuno di questi gradini doveva diventare argomento di un singolo romanzo, per un totale di cinque: ai Malavoglia seguì infatti Mastro don Gesualdo, dopo il quale erano previsti La Duchessa de Leyra, L'onorevole Scipioni e, infine, L'uomo di lusso (che doveva riunire in sé tutte le «bramosie» delle classi inferiori). Solo i primi due romanzi, tuttavia, videro effettivamente la luce.
A partire da questo progetto, Verga intende dimostrare che, pur essendo «grandioso, nel suo risultato, visto nell'insieme, da lontano», il cammino dell'umanità verso il progresso – ma forse sarebbe più corretto chiamarlo, con accezione meno ottimistica, sviluppo – determina un «risultato umanitario» che necessariamente «copre quanto c'è di meschino negli interessi particolari che lo producono». La «fiumana del progresso», in altre parole, travolge i singoli individui, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza. Di conseguenza, proseguendo con la metafora, tutti i protagonisti del Ciclo, dai Malavoglia all'Uomo di lusso, «sono altrettanti vinti che la corrente ha deposto sulla riva».
Di fronte a questo spettacolo di natura – che si ripete, cioè, in continuazione, in quanto segue leggi immutabili –, «solo l'osservatore, travolto anch'esso dalla fiumana, guardandosi attorno, ha il diritto d'interessarsi ai deboli che restano per via, [...] ai vinti che levano le braccia disperate». Diritto che, però, non consente di esprimere giudizi: lo scrittore che intenda studiare il «campo della lotta» deve accingersi al suo compito «senza passione», al fine di «rendere la scena nettamente, coi colori adatti, tale da dare la rappresentazione della realtà com'è stata».
Louis Millet - 1860/1862
Con tutta evidenza, quella del Verga è una concezione meccanicistica di una realtà regolata da ferrei principi deterministici. La continua «ricerca del meglio» che caratterizza la condizione umana rappresenta una legge assoluta, dalla quale lo scrittore interessato a studiare la realtà non può assolutamente prescindere. Se infatti suo compito è quello di rendere accessibile al lettore le dinamiche che determinano la lotta per la vita, una corretta comprensione della suddetta legge – la quale, ovviamente, non può coesistere con alcun tipo di coinvolgimento personale – risulta imprescindibile. Il che, tuttavia, costituisce per il bravo scrittore una condizione necessaria ma non sufficiente: fondamentale diviene infatti anche l'eclisse dell'autore – che non può intervenire né con commenti né con giudizi correttivi o rassicuranti – e la regressione della voce narrante nel mondo dei personaggi. Solo attraverso questo accorgimento formale – come scrisse Verga nella Prefazione a L'amante di Gramigna – «la mano dell'artista rimarrà assolutamente invisibile» e «l'opera d'arte sembrerà essersi fatta da sé».
La Prefazione ai Malavoglia presuppone, pertanto, una concezione fortemente pessimistica della realtà. A parere del Verga il progresso altro non è che l'esasperazione del meccanicismo, immutabile, che regola la vita degli uomini. Confidare in un miglioramento e illudersi (come invece suggerivano i seguaci della dottrina economica liberista risalente ad Adam Smith) che il perseguimento di interessi individuali possa giovare al bene collettivo costituisce, in tutto e per tutto, operazione priva di senso. L'uomo che lotta per migliorare il proprio benessere personale non può modificare la condizione di perenne antagonismo tra i membri di una società, dal momento che, nel loro complesso, i singoli interessi individuali producono inevitabilmente dei contrasti. Risulta così chiarita l'impersonalità narrativa di stampo verghiano: lo scrittore siciliano non coltiva alcuna illusione, sa che è impossibile confidare nel progresso e, per questo, non giudica i suoi personaggi, i quali vengono lasciati liberi di esprimersi con le loro parole, secondo i loro costumi.
Angiolo Tommasi - 1892
La tecnica narrativa del Verga è profondamente innovativa rispetto a quella dei contemporanei naturalisti francesi. Questi ultimi si confrontano con la realtà alla stessa stregua di come gli scienziati studiano la natura: il loro scopo consiste nel dimostrare che tanto la legge di gravitazione universale quanto i meccanismi che regolano lo sviluppo delle passioni sono riconducibili a principi logici e assoluti. Secondo questa prospettiva, lo scrittore veste dunque i panni dello studioso che applica e scopre leggi deterministiche inerenti alla natura umana: egli è impersonale nel raccontare proprio perché, dall'esterno, controlla il mondo della finzione narrativa con l'autorità di colui che è in grado di conferirgli un senso preciso.
Nel naturalismo, di conseguenza, è riscontrabile una certa sintonia tra autore e narratore, considerando che quest'ultimo non regredisce al livello dei personaggi ma, al contrario, è al di sopra dei singoli punti di vista e si fa portavoce di quelle leggi che i protagonisti del racconto subiscono inconsapevolmente. Un simile atteggiamento è evidentemente dovuto a una visione ottimistica e progressista della realtà, che riconosce nella scienza un sicuro mezzo per dominare la natura. 
Il pessimismo di Verga è invece totalmente incompatibile con questa prospettiva. Siccome la realtà, dominata dalla legge della lotta per la vita, è immutabile, è assurdo, per lo scrittore siciliano, che l'autore intervenga nella narrazione. Un tale comportamento sarebbe giustificabile solo se si coltivasse la speranza di un cambiamento, il che sarebbe possibile solo per una persona che avesse la presunzione di ritenersi depositaria della ricetta per un mondo migliore. Ma Verga non è Manzoni: non interviene a interrompere la narrazione poiché – al contrario dell'autore de I promessi sposi, il quale sente il bisogno di correggere pensieri, azioni e costumi di una società che, ai suoi occhi, dovrebbe (e potrebbe) essere diversa – preferisce far parlare da sé la realtà. Tra Verga e il narratore dei suoi romanzi c'è un abisso. Se si considera, per esempio, il celebre incipit di Rosso Malpelo, è evidente che l'autore del racconto non ha nulla a che vedere con il giudizio – espresso dal narratore – secondo il quale «Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo». Nulla di tutto ciò si trova non solo, chiaramente, negli scritti del Manzoni, ma nemmeno in quelli di Zola.
Nel momento in cui il narratore nega il proprio tradizionale ruolo di filtro o, meglio, di mediatore tra lettore e mondo dei personaggi, viene meno la finalità più ovvia del racconto, che è quella di trasmettere messaggi costruttivi. Verga non ha la presunzione di voler indicare una via praticabile per il riscatto dell'umanità: questa prospettiva per lui è ingannevole, poiché si basa sull'erronea convinzione che il progresso debba necessariamente condurre l'uomo verso il miglioramento della qualità della vita. Ma un progresso di questo genere non è nient'altro che un'utopia: per quanto la scienza faccia passi avanti, per quanto l'uomo riesca ad andare incontro allo sviluppo, le leggi che regolano la lotta per la vita negano la possibilità che dal mondo scompaia la categoria dei vinti. L'uomo non può sfuggire al suo destino: così come è sempre accaduto in passato, anche in futuro la conflittualità avrà la meglio sulla solidarietà. La storia più recente, del resto, non può far altro che confermarlo.