venerdì 3 febbraio 2017

La vignetta in funzione della propaganda

di Luigi Malavasi

Il numero dell'8 febbraio 1908 de «Il Domani» (periodico della sezione modenese del Partito socialista italiano) conteneva una vignetta raffigurante un lavoratore in ginocchio calpestato da un prete e da un ricco borghese il quale, poggiandogli una mano sulla testa, tenta di impedirgli di alzare lo sguardo. Sotto il disegno, un breve componimento  in rima chiariva il significato dell'immagine:
«Godiamo fin che il popolo   / sopporta il sacro pondo. / Tutto è follia nel mondo  / ciò che non è  piacer! // Godiam! Fugace e rapido / è il nostro carnevale! / Se un dì quest'animale / si drizza... addio goder!».

L'utilizzo della vignetta in funzione della propaganda costituisce senza dubbio un aspetto da non sottovalutare nell'ambito delle strategie comunicative della stampa socialista di inizio Novecento. L'uso dell'immagine era infatti funzionale alla diffusione dello stereotipo, che – come ha sottolineato Angelo Ventrone in un recente studio – era alla base della definizione del cosiddetto «nemico interno», ovvero l'avversario politico che si voleva delegittimare (in questo caso i ceti abbienti, accusati di sfruttare senza scrupoli l'intera classe lavoratrice). Seguendo l'esempio de «L'Asino» – settimanale satirico socialista fondato da Guido Podrecca nel 1892 – «Il Domani» riprendeva alcune immagini collaudate: in particolare, come nell'esempio appena descritto, erano proposte con continuità le caricature del borghese «succhione» – che ingrassa, anche fisicamente, sfruttando il lavoro di operai e contadini – e del prete, anch'egli obeso, dedito (è il caso di altre numerose vignette de «Il Domani») a pratiche immorali o scandalose. Essenziale era il legame che univa bruttezza e deformità fisica alla depravazione degli avversari politici, nei confronti dei quali si voleva suscitare un sentimento di disgusto e riprovazione.
Alla base della diffusione dello stereotipo stava la convinzione che la denigrazione degli esponenti dei partiti rivali, in particolare quelli clerico-moderati, costituisse il modo migliore per catturare l'interesse di lettori di umile origine. I «preti» – termine volutamente generico e dispregiativo – erano perciò il bersaglio costante di una propaganda aggressiva, talvolta volutamente volgare e blasfema. La lotta non era, infatti, semplicemente politica. Il PSI voleva imporsi come comunità di apostoli di una nuova religione civile, come dottrina alternativa a quella cristiana, la quale pertanto andava abbattuta. Di conseguenza, la parola più comunemente usata per esprimere l'adesione alle idee socialiste era «fede», dal momento che il movimento operaio – si doveva credere – avrebbe inesorabilmente conquistato la vittoria finale nella lotta per l'instaurazione di una società egualitaria. Lo stesso Gramsci, del resto, nel 1916 affermava che il socialismo «è precisamente la religione che deve ammazzare il cristianesimo. Religione nel senso che è anch'esso una fede, che ha i suoi mistici e i suoi pratici; religione perché ha sostituito nelle coscienze al Dio trascendentale dei cattolici la fiducia nell'uomo e nelle sue energie migliori come unica realtà spirituale».

L'odio di classe e la demonizzazione dell'avversario costituivano i pilastri di un'ideologia che si strutturava come strumento di lotta per prevalere su un autentico nemico, che doveva necessariamente apparire agguerrito e potente, ma al contempo corrotto, degenerato e vile. La reazione che si voleva provocare nel lettore ero lo sdegno: per questo era molto più importante la propaganda anticlericale o antiborghese rispetto a quella pro PSI, tenuto conto, peraltro, che – come rilevato da Ventrone – «la propaganda politica ha in sé una componente "persecutiva", che la spinge a presentare i vantaggi di quanto propone ricorrendo in primo luogo al pericolo rappresentato dalla presenza del nemico, dal negativo da cui difendersi».
Le immagini stereotipate del succhione e del prete, per essere realmente efficaci, dovevano però essere accompagnate da ritratti di personaggi edificanti – spesso figure storiche ricondotte, non senza qualche forzatura, all'esperienza del socialismo o, quantomeno, alle ideologie umanitarie che di esso erano state il preludio –, ma anche da precise norme comportamentali alla portata di tutti. L'obiettivo era trasformare la diversità in orgoglio di classe, contrapponendo con fermezza la rettitudine del socialista alla corruzione dei ceti dominanti. 
Le norme erano essenzialmente di due tipi, distinte in raccomandazioni positive (comportamenti consigliati) e negative (comportamenti da evitare). 
La principale norma positiva, che per certi versi riassumeva tutte le altre, era l'invito alla lettura. «Leggere! Leggere! Leggere! – tuonava infatti "Il Domani" del 18 aprile 1908 – E non già dedicare tutte le ore di ricreazione al ballo, alle bocce e alla morosa». Il messaggio non poteva essere più esplicito. Se l'ignoranza delle masse costituiva un'arma nelle mani della classe dirigente, l'emancipazione del proletariato non poteva prescindere dall'istruzione quale strumento per acquisire la consapevolezza dell'identità di classe. In sostanza – questo era il concetto chiave – non si poteva vincere una guerra di cui non si comprendessero le ragioni.
Non meno importanti erano le norme negative. In buona parte esse si riferivano a comportamenti da evitare perché lesivi dell'immagine del probo socialista e miravano a imporre la più assoluta sobrietà dei costumi. Così, per esempio, «l'alcool è il nemico» e le conseguenze di un suo consumo eccessivo sono «imbestialire, abbruttire, smarrire ogni senso di equità, di moderazione, di decenza». Inoltre, cosa ancor più grave, «chi beve non legge» e «lascia crescere nell'ignoranza e nell'indigenza la moglie e i figli» (articolo del 4 settembre 1909).
Altrettanto pericolosa era «la glorificazione dell’amore», la quale «come passione individuale, sfrenata, che ha diritto di vita e di morte, che non conosce limiti o leggi, è, sotto le apparenze di una teoria libera e ribelle e moderna, il ritorno a costumanze pericolosamente barbariche, è un’affermazione individualistica contro la nostra concezione socialista di una morale in cui gli interessi, i diritti, le passioni dei singoli devono commisurarsi e coordinarsi e armonizzarsi con gli interessi e il diritto più alto della società». Il che ha senso solo se si intende l’amore come forma di egoismo, concessa a patto di non trascurare i doveri nei confronti della comunità. La dimensione collettiva finiva pertanto col prendere il sopravvento, secondo un programma che apertamente mirava alla «formazione di una nuova morale, laica e areligiosa non solo, ma socialista» (articolo del 13 febbraio 1909).

Pure il ruolo sociale della donna doveva essere rivalutato. Ammoniva infatti Anna Kuliscioff: «Che l’operaio intenda quale alto valore ha nella sua battaglia la cooperazione dell’elemento femminile; che esso lo educhi, lo spinga all’organizzazione, ne faccia il suo migliore alleato. […] Cessi di guardare la donna con l’olimpico disprezzo con cui esso a sua volta è guardato dal capitalista. L’operaio […] faccia [della donna] la sua compagna, la sua amica, il suo commilitone. Le sue forze nel movimento ne saranno in un attimo centuplicate» (articolo dell'8 maggio 1909). 
Il perfetto socialista era tenuto in sostanza a subordinare la propria esistenza all’interesse del partito. Singolare, a questo proposito, la metafora della donna-commilitone: al pari di un esercito, che necessita di armonia tra i suoi componenti, la società doveva essere rigidamente regolata da norme incontestabili, stabilite in maniera univoca da un organismo al di sopra delle parti. Tutti i membri del PSI – comprese le donne, che costituivano un elemento cardine dell’ordinamento collettivo – assolvevano quindi un compito, erano investiti di una missione che richiedeva fede e dedizione. Il vero militante non poteva accontentarsi di un ruolo passivo, ma al contrario doveva avere l’impressione di essere utile alla causa, di costituire una pedina essenziale nello scacchiere su cui si giocava la battaglia per l’emancipazione del proletariato. Le regole comportamentali e i suggerimenti de «Il Domani» erano perciò funzionali a questo scopo. Attenendosi ad essi, il socialista si sentiva responsabilizzato, incarnando, di fatto, il mito dell'«uomo nuovo», purificato dalla costante opera di persuasione promossa da un partito, quello socialista, che si considerava unico depositario della verità. Un mito che, di lì a qualche anno, il fascismo avrebbe ripreso e, secondo le esigenze nazionalistiche della sua politica, convertito in quello dell'«italiano nuovo» forgiato dal regime.