lunedì 27 febbraio 2017

Ludovico Ariosto (Reggio nell'Emilia, 8 settembre 1474 – Ferrara, 6 luglio 1533)

di Nerina Ardizzoni

«Chi brama onor di sprone o di capello,
serva re, duca, cardinale o papa;
io no, che poco curo questo e quello».

[Ludovico Ariosto, Satire, III, vv.40-42]

Ludovico Ariosto nasce a Reggio Emilia l'8 settembre 1474, dal conte Niccolò e da Daria Malaguzzi. All'età di dieci anni si trasferisce con i genitori a Ferrara, città che amò e considerò sempre sua patria.
Dopo i vani tentativi del padre di avviarlo agli studi di diritto, Ludovico si dedica allo studio delle lettere.
Nel 1500 suo padre muore, Ludovico deve interrompere gli studi, per provvedere ai fratelli e a due, delle cinque, sorelle, non ancora sposate. Lo aiuta il fratello Gabriele, abile amministratore del patrimonio di famiglia, che Ludovico terrà con sé per tutta la vita.
A seguito delle relazioni amorose di questi anni ha due figli, da donne diverse: Gianbattista e Virgilio.
Nel 1503 prende gli ordini ecclesiastici minori.
Dal 1501 al 1503 è capitano della Rocca di Canossa, poi entra al servizio di Ippolito d'Este e vi rimane fino al 1517. Sono anni duri, pieni di incarichi rischiosi, quali le visite al Papa Giulio II per conto degli Este e anche di incarichi amministrativi e di segretariato personale per il Cardinale.
Salito al trono papale Leone X, Ludovico, dati i buoni rapporti che intercorrevano fra lui e il Papa, pensa che la situazione, per lui, sarebbe migliorata, ma le promesse di Leone non si concretizzarono mai.
Nel 1513, a Firenze, conosce ed ama Alessandra Bernini, che sposerà segretamente una volta rimasta vedova; nel poco tempo disponibile lavora alla stesura dell'Orlando Furioso, poema in ottave, pubblicato la prima volta nel 1516.
A seguito del rifiuto di seguire a Buda, in Ungheria, il Cardinale Ippolito, i rapporti si incrinano ulteriormente e Ludovico viene licenziato. Passa allora al servizio di Alfonso ed è costretto ad accettare l'incarico di governatore della Garfagnana, terra selvaggia ed inospitale, infestata dai briganti. Riesce comunque a svolgere l'incarico in modo onorevole.
Tornato a Ferrara si compra una casetta, sul muro fa scrivere un verso di Orazio “parva, sed apta mihi” e vive serenamente gli ultimi anni della sua vita, confortato dagli affetti domestici, attendendo alla revisione del suo poema, uscito in edizione definitiva nel 1532.
Muore il 6 luglio 1533, a causa di una enterite.

L'ideale della sua vita è stato l”otium”, la tranquillità, la vita semplice, aliena da ogni ambizione. Il suo capolavoro è l'Orlando Furioso, ma ha scritto anche Commedie, Rime e Liriche Latine.
Il poema si riallaccia all'Orlando Innamorato del Boiardo; se prima Orlando era preso d'amore, ora diviene furioso, “pazzo”, perché l'amore non è corrisposto.
La guerra fra cristiani e saraceni, appena delineata in Boiardo, è qui in pieno svolgimento. Il ciclo cavalleresco epico-religioso si fonde con quello d'amore e d'avventura.
La vicenda è nota: nell'imminenza di una grande battaglia Carlo Magno consegna al vecchio Namo, Angelica, oggetto di contesa fra i cugini Orlando e Rinaldo, entrambi innamorati di lei, affinché, conclusa la battaglia, la consegni al più valoroso dei due.
Ma Angelica fugge e dopo varie avventure incontra il saraceno Medoro, ferito. Lo cura e si innamora di lui, ricambiata, così i due si sposano.
Venuto a conoscenza dell'accaduto, Orlando perde la ragione e compie gesta folli, finché Astolfo, con l'ippogrifo, si reca sulla luna, a riprendere il senno dell'amico. Tante altre storie si intrecciano alla principale, citiamo l'amore di Ruggero e Bradamante, sorella di Rinaldo, che saranno i capostipiti della casa d'Este.


Proemio dell'Orlando Furioso (I, 1-4)


1
Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.

2
Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai, né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d’uom che sì saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ‘l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.

3
Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo, posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro;
né che poco io vi dia da imputar sono,
che quanto io posso dar, tutto vi dono.

4
Voi sentirete fra i più degni eroi,
che nominar con laude m’apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L’alto valore e’ chiari gesti suoi
vi farò udir, se voi mi date orecchio,
e vostri alti pensieri cedino un poco,
sì che tra lor miei versi abbiano loco.


Fonti