lunedì 6 marzo 2017

Silvio D’Arzo - Casa d'altri

di Luigi Malavasi Pignatti Morano

Casa d'altri uscì nel 1953, un anno dopo la morte del suo autore, Silvio D'Arzo (pseudonimo di Ezio Comparoni), che si spense a soli trentadue anni stroncato dalla leucemia. Si tratta di un racconto che Eugenio Montale definì «perfetto» e che lo stesso D'Arzo, nelle pagine finali, riassume in poche semplici parole: «Un'assurda vecchia: un assurdo prete: tutta un'assurda storia da un soldo». Eppure – si legge sulla quarta di copertina dell'edizione Einaudi del 2007 –, «per la sua capacità di toccare nel profondo il senso della vita, è uno dei racconti più belli del Novecento».
Il protagonista è un anziano curato di un piccolo paese di montagna, «un prete da sagre e nient'altro». In prima persona egli racconta del suo incontro con Zelinda, una vecchia che ogni sera, alla stessa ora, era solita recarsi al canale per lavare gli stracci. 
Nei suoi confronti il prete si comporta inizialmente in modo schivo ma incuriosito: «Non credo di conoscerla, quella – riporta in uno dei numerosi monologhi tra sé e sé –: la vecchia non è certo di qui; senza dubbio è un uccello sbrancato. Sempre meglio, a ogni modo, che sia lei a venire da me. Prima o poi vengon tutte, da me».
E così in effetti accade. Un giorno la vecchia decide di recarsi in parrocchia. Ha da porre una domanda: «È vero o no – domanda imbarazzata al prete – che anche voi... sì, la Chiesa... ammettete che due che si sono sposati possano anche dividersi, e uno è libero poi di sposare chi vuole?». Sorpreso, quasi incredulo, il curato replica che «la Chiesa non lo ammette per niente»; e, dopo essere stato incalzato dalla donna (che dice di aver saputo che «ci sono casi particolari... diversi, e che allora si può»), precisa che i «casi specialissimi» sono così pochi che è come se «neanche ci fossero». In breve la conversazione finisce e Zelinda riprende la via di casa.
Il distacco è però solo momentaneo. Presto il curato si rende conto che la domanda della vecchia era solo un pretesto: che senso poteva avere che una donna di oltre sessant'anni avesse intenzione di risposarsi? Decide pertanto che deve assolutamente rivederla per fare finalmente chiarezza, specialmente quando viene a sapere che, un pomeriggio in cui lui era assente, la donna si era recata due volte in parrocchia, prima per consegnare, poi per riprendersi una misteriosa lettera. L'occasione si presenta casualmente una sera, quando, dopo un fortuito incontro, il curato riesce a ottenere che la vecchia vuoti il sacco. Dopo aver descritto la dura monotonia della sua vita («Tutte le mattine alzarsi alle cinque e andare giù in fondo valle per pigliare gli stracci [...]. E il giorno dopo fare lo stesso, e anche l'altro giorno, e tutti i giorni del mondo»), l'anziana donna confessa cosa aveva scritto nella lettera: «Ecco, nella lettera c'era scritto se in qualche caso speciale, tutto diverso dagli altri, senza fare dispetto a nessuno, qualcuno potesse avere il permesso di finire un po' prima. [...] Anche uccidersi... sì».
Antonio Piovanelli
Colto alla sprovvista, il curato non sa cosa rispondere, e non riesce ad evitare di replicare con frasi convenzionali. Contrariata («Lo sapevo che avreste fatto così», è il suo sconsolato commento), la vecchia rincasa, mentre al prete non resta che prendere atto del proprio fallimento.
Il racconto si conclude con le ultime riflessioni del curato. Dopo la rievocazione degli eventi passati, la narrazione è ora al presente. La vecchia è morta – ma D'Arzo non ci dice se suicida o no. Nel paese regna la consueta, tremenda calma di sempre. «Allora – sono le parole finali del prete – mi vien sempre di più da pensare ch'è ormai ora di preparare le valige per me e senza chiasso partir verso casa. Credo d'avere anche il biglietto. Tutto questo è piuttosto monotono, no?».
Ciò che Silvio D'Arzo mette in scena in questo racconto è la sconfitta delle parole. Di fronte alla drammatica richiesta di Zelinda, il curato non sa cosa rispondere, poiché in realtà non esiste un modo corretto per farlo. Se infatti la morte avesse senso, la vita stessa cesserebbe, di colpo, di essere un enigma. È lecito dunque uccidersi per porre fine alle sofferenze terrene? Se nemmeno un prete è in grado di dare risposte convincenti, non resta, in assoluto, che la domanda, la sola cosa che nell'intero racconto si mostri in grado di sopravvivere. Le parole, in sostanza, non basteranno mai a colmare il vuoto che ogni uomo corre il rischio di avvertire dentro di sé.
Significativamente, lo stesso D'Arzo non dice se Zelinda si sia suicidata. Di fronte alla morte egli preferisce il silenzio, dal momento che ogni commento sarebbe inevitabilmente inappropriato e, soprattutto, insufficiente. Il lettore non saprà mai come è morta la vecchia, così come l'uomo non sarà mai in grado di attribuire un significato accettabile alla vita e al suo essere destinata a concludersi. 
Più in generale, è l'attesa della fine a rendere potenzialmente insopportabile una vita priva di senso. Lo stesso curato, nel finale, si rassegna a lasciarsi andare, nella consapevolezza «ch'è ormai ora di preparare le valige». Se Zelinda, infatti, col suo dilemma, era riuscita a mantenerlo vivo – offrendogli cioè un'occasione unica per impegnarsi in qualcosa di veramente utile –, la scomparsa della donna provoca la fine delle illusioni, lasciando intatta la sola certezza della morte. Vivere – lascia quindi intendere D'Arzo – è un po' come soggiornare in casa d'altri: è facile, quasi inevitabile, che ci si senta a disagio. L'unico modo per rendere accettabile la permanenza sembra essere l'impegno in favore del prossimo, affinché il soggiorno altrui possa apparire meno sgradevole di quanto non sia in realtà. Con Zelinda il prete si comporta proprio in questo modo: percepisce il disagio della donna e decide di aiutarla; comprende la sua sofferenza e vorrebbe a tutti i costi fare qualcosa. Ma le sue parole sono vacue e ottengono l'effetto, non voluto, di allontanare definitivamente la vecchia, la quale proprio dinanzi all'imbarazzo del curato, cui mancano argomenti efficaci, comprende di non avere vie d'uscita. 

Silvio D'Arzo
Non essendo riuscito a portare conforto a Zelinda, il sacerdote realizza di avere fallito la propria missione pastorale: egli è destinato a rimanere «un prete da sagre e nient'altro», cui non resta che attendere la morte come unica liberazione possibile. La vita in uno sperduto paesino di montagna rischia infatti di essere nient'altro che monotonia, «una vita da capra», come afferma Zelinda durante il suo sfogo, paragonando la propria esistenza a quella, sempre uguale «tutti i giorni del mondo», dell'animale. Per l'anziano curato, Zelinda non è solo una donna in difficoltà: è il pretesto per aggrapparsi a una speranza, un allettante diversivo, un'occasione irripetibile di motivare la permanenza in quella «casa d'altri» che è la vita. Contrariamente, infatti, a quanto riportato in alcuni commenti, il titolo del racconto non allude certo all'aldilà, essendo vero, casomai, il contrario: è la vita, così piena di difficoltà pressoché incomprensibili, la vera casa d'altri. E l'unico modo per rendere meno sgradevole il soggiorno – lascia intendere D'Arzo – è creare dei legami, aiutarsi a vicenda per condividere le sofferenze. È questo, del resto, l'argomento del prete che fa cedere Zelinda, spingendola a confessare il contenuto della lettera: «Bene – sono le parole decisive del curato, che convincono la donna a vuotare il sacco –: io avevo intenzione di dirvi questo soltanto: che in due si cerca meglio, ecco tutto». Il problema, che è alla base, come detto, dell'intera vicenda, è che in certi casi le parole non bastano.
Può capitare, infatti, che il soggiorno in casa d'altri si riveli più scomodo del previsto. Lo sconforto, in altre parole, è sempre dietro l'angolo, e non c'è molto che si possa fare per allontanarlo quando decide di presentarsi con insistenza. Ecco allora che, rispetto alla permanenza in casa d'altri, morire equivale a tornare a casa propria, il luogo dove le sofferenze terrene finalmente si dissolvono. Nella conclusione del racconto il prete non potrebbe del resto essere più esplicito: ha capito che è giunta l'ora di preparare le valige «e senza chiasso partir verso casa». Il destino ineluttabile dell'aldilà – qualunque esso sia – è l'unica certezza dalla quale l'uomo possa trovare stabile e duraturo conforto.