venerdì 21 aprile 2017

L’uomo e l’attesa della fine

di Luigi Malavasi Pignatti Morano

L'uomo contemporaneo non discute volentieri della morte, concetto di per sé divenuto quasi «innominabile». Per certi versi, si ha come l'impressione che ci si nasconda dietro una forzata reticenza per esorcizzare la paura dell'inevitabile. Scrive Philippe Ariès: «Ormai tutto avviene come se né io, né tu, né quelli che mi sono cari, fossimo più mortali. Tecnicamente, ammettiamo di poter morire, stipuliamo assicurazioni sulla vita per salvaguardare la famiglia dalla miseria. Ma in verità, in fondo al nostro cuore, ci sentiamo immortali».
L'atteggiamento dell'uomo di fronte alla morte non è però sempre stato lo stesso. Ariès, nel corso di un ciclo di quattro conferenze tenute presso la Johns Hopkins University (il cui testo apparve per la prima volta in inglese nel 1974, e oggi è raccolto, in italiano, nel volume Storia della morte in Occidente, Rizzoli 1998), studia l'evoluzione profonda di questo atteggiamento a partire dal Medioevo, dimostrando come esso si sia radicalmente modificato in poco meno di un millennio.
Per prima cosa, Ariès prende in considerazione i cavalieri della chanson de geste: innanzitutto, essi sono avvisati prima di morire. Orlando, a Roncisvalle, «sente che il suo tempo è finito»; Tristano «comprese che stava per morire». L'avviso, il riconoscimento dell'avvicinarsi della fine, è del tutto spontaneo, non ha nulla a che vedere con il soprannaturale. Anche don Chisciotte – e qui siamo già nel XVII secolo – avverte con chiarezza di essere «vicino a morire»; e proprio nella presa di coscienza di essere prossimo alla fine riacquista la ragione. 
Ancora nel XIX secolo, Tolstoj in Tre morti racconta di un vecchio vetturale sofferente che, interrogato da una donna che gli chiede come si sente, risponde: «La morte mia è arrivata, ecco cos'è». In tutte queste testimonianze letterarie, la fine della vita è dunque attesa con pacata rassegnazione, «molto semplicemente» scrive Ariès. Essendo avvisato in anticipo, l'uomo dei romanzi ha tempo di predisporre precisi rituali prima di esalare l'ultimo respiro. Per prima cosa, si sdraia con lo sguardo rivolto verso il cielo. Seguono il rimpianto della vita (Orlando, per esempio, ricorda le propria gesta), il perdono degli astanti al capezzale, la preghiera e l'assoluzione impartita dal prete, dopodiché non resta che attendere la morte, che puntualmente arriva al termine del rituale.
La prima conclusione da trarre è che la morte, in tutti questi casi, è una cerimonia pubblica, che segue un preciso protocollo, cui il moribondo si attiene scrupolosamente. Le camere degli agonizzanti sono sovraffollate, al punto che nel XVIII secolo – scoperta l'importanza delle prime regole d'igiene – i medici spesso si lamentavano di quella che reputavano una consuetudine nociva. Il punto più importante su cui porre l'accento è però un altro: i riti mortuari non sono drammatici. L'uomo trapassa senza che i vivi provino particolari emozioni, poiché la morte, nelle società preindustriali, fa parte della vita quotidiana, è un'esperienza cui tutti sono assuefatti. Per questo Ariès la definisce «addomesticata»: la si conosce e non fa paura; rientra nell'ordine naturale delle cose.
La familiarità con la morte è all'origine della coesistenza dei vivi e dei morti. Gli antichi, pur avendo abitualmente a che fare con la morte, temevano questo tipo di promiscuità, tant'è che proibivano di seppellire i defunti in urbe. Fu il culto dei martiri a segnare un punto di svolta. I luoghi dove essi erano sepolti attirarono le sepolture dei fedeli, i quali credevano in questo modo di trovare protezione per i morti, ma anche per i vivi. Presso le sepolture extraurbane dei santi sorsero basiliche, attorno alle quali i cristiani volevano essere inumati, finché il contatto con i morti – favorito, del resto, anche dallo sviluppo dei sobborghi – non divenne così frequente da indurre le autorità ad abolire le disposizioni che imponevano di seppellire extra urbem.
Un significativo riflesso di questo passaggio è offerto dalla stessa semantica: nel linguaggio medievale, infatti, la parola chiesa non designa soltanto l'edificio di culto, ma anche tutto lo spazio circostante, compreso il cimitero, termine in origine dotto, cui inizialmente si preferiva la parola atrium (in francese aître), ad indicare, appunto, la parte esterna della chiesa. Ad essa si sovrappose col tempo la parola charnier (ossario), che alla fine del Medioevo divenne abituale per indicare i porticati, sormontati da ossari (dove le ossa, prelevate da fosse comuni, erano di frequente in bella vista e disposte con arte, per ottenere effetti decorativi), che delimitavano il cortile della chiesa. La conclusione di Ariès è che, per tutto il Medioevo e almeno fino al XVII secolo, ciò che importava era la collocazione della salma nel recinto sacro della chiesa, non la tomba, che invece per gli antichi contava in sé, a prescindere dallo spazio circostante.
La familiarità con la morte faceva sì che i vivi non si impressionassero quando le ossa affioravano in superficie nella terra dei cimiteri (si pensi al cranio di Amleto...). E non solo. Nel Medioevo la parola cimitero poteva indicare anche un luogo d'asilo, un punto d'incontro – una sorta di foro – presso il quale sorgevano persino delle botteghe. Questa doppia funzione deriva dalla consuetudine di cercare la protezione del martire: entro i muri del cimitero, non solo i morti, ma anche i vivi erano in pace Domini. In queste condizioni, ovviamente, il cimitero-asilo ebbe talvolta il sopravvento sul cimitero-luogo di inumazione, tant'è che in certi casi venivano creati cimiteri (cintati da muri e vicini a una cappella) entro i quali era addirittura proibito seppellire. Ma questa non era una regola fissa, a riprova di quanto fosse tollerata – almeno fino al XVII secolo – la promiscuità tra vivi e morti (non rare erano infatti le case costruite sopra gli ossari).
Entro l'ampia e duratura cornice della complessiva subordinazione del singolo al destino collettivo di un'umanità che accettava senza drammi le leggi di natura, è bene, ad ogni modo, prendere in esame anche quei fenomeni che introdussero, col tempo, una sempre più sentita preoccupazione per l'individuo. Ariès considera innanzitutto l'iconografia dei primi secoli del Medioevo, la quale sottintendeva un'escatologia che non contemplava alcuna forma di giudizio: i morti che si erano affidati alla Chiesa riposavano in pace sino al risveglio nella Gerusalemme celeste, il Paradiso. Nessun accenno era previsto alla responsabilità individuale: la salvezza era assicurata dalla protezione della Chiesa.

Pier Leone Ghezzi: Clemente XI al capezzale di un moribondo
La scena cambia nell'iconografia del XII e, soprattutto, del XIII secolo, con la comparsa del giudizio. Cristo appare come giudice supremo, coadiuvato da una corte incaricata di pesare sulla bilancia le cattive e le buone azioni del defunto, scritte sul cosiddetto liber vitae. Esso, dapprima concepito come censimento universale dei giusti, diviene alla fine del Medioevo un registro personalizzato, con il bilancio delle azioni individuali da sottoporre al giudice. Significativamente, il momento del bilancio definitivo non corrisponde inizialmente a quello della morte, bensì alla fine dei tempi. Solo a partire dal XV secolo il tempo escatologico che intercorre tra la morte e la fine dei tempi risulta soppresso, con l'anticipazione del giudizio al momento del trapasso. Fanno così la loro comparsa nell'iconografia, direttamente al capezzale del moribondo, da un lato la corte celeste, dall'altro le forze del Demonio. Dio, non più giudice supremo, è arbitro della disputa tra le forze del bene e del male che si contendono l'anima dell'uomo prossimo alla fine. L'interpretazione corretta della scena non è però immediata: a prima vista, sembrerebbe infatti che il moribondo assista passivamente alla "conta" delle sue azioni; in realtà egli è messo alla prova, tentato di cedere alla disperazione per gli errori commessi o, al contrario, di abbandonarsi alla «vanagloria» per le buone azioni. La salvezza è il premio per chi si mostra forte e resiste alle tentazioni.
La rappresentazione tradizionale della morte – quella del capezzale "affollato" – viene pertanto a giustapporsi a quella, molto meno rassicurante, del giudizio individuale. In tal modo, se da un lato è enfatizzata la libertà del singolo, artefice del proprio destino, dall'altro è evidente che sull'attimo finale che precede la morte viene posto un accento drammatico. Fa la sua comparsa, in sostanza, la paura di un aldilà incerto, che si traduce nelle rappresentazioni terrificanti delle pene infernali. Tutto pare decidersi al momento del giudizio, il che – per la Chiesa della Controriforma – nascondeva non poche insidie, prima tra tutte l'idea che, a prescindere dalle opere terrene, una "buona morte" potesse garantire la salvezza.
Il passaggio dalla «morte addomesticata» (una morte con cui si ha familiarità, poiché rientra nell'ordine naturale delle cose) alla paura di un aldilà che porta con sé tremende incertezze (rese nell'iconografia attraverso la raffigurazione delle pene infernali) rientra in un complesso processo di individualizzazione della morte di cui è possibile scorgere i primi segni a partire dal XV secolo. Verso la fine del Medioevo fa la sua comparsa nell'iconografia il cadavere, simbolo non tanto dell'orrore per la morte fisica, quanto della corruzione. La decomposizione, infatti, rappresenta il fallimento dell'uomo, al quale – in un'epoca nella quale l'aspettativa media di vita era piuttosto bassa – spesso manca il tempo per realizzare se stesso. All'idea della morte, con il conseguente deperimento del corpo, sono pertanto associati un radicato attaccamento alle cose terrene e un senso di drammatica frustrazione, ma anche una più profonda presa di coscienza di sé e dei propri limiti.

Gian Lorenzo Bernini: Santa Teresa d'Avila
«Nello specchio della propria morte – scrive Philippe Ariès – ogni uomo riscopriva il segreto della propria individualità». Per questo nella prima età moderna diventano frequenti le iscrizioni funerarie, le riproduzioni – sempre più realistiche – delle effigi dei defunti, le targhette (applicate contro un muro o un pilastro della chiesa) con il «qui giace» e le lastre riportanti, in conseguenza di donazioni alla Chiesa, le disposizioni per l'ottemperanza di servizi religiosi per la salvezza dell'anima. Si tratta di accorgimenti miranti a personalizzare il luogo della sepoltura, al fine di perpetuare il ricordo della persona defunta. La morte non è più un'inevitabile componente della vita da accettare con rassegnazione: è la fine di un'esistenza che ciascun individuo, giunto vicino alla fine, rimpiange con dolorosa nostalgia. Per certi versi, essa diviene quasi «una trasgressione che strappa l'uomo alla sua vita quotidiana», un'irrazionale rottura rispetto alla quotidianità. Non c'è da stupirsi, pertanto, che a partire dal XVI secolo la morte si carichi di suggestioni erotiche: dal Bernini che raffigura santa Teresa in uno stato che unisce estasi e agonia, al teatro barocco che «colloca i suoi innamorati nelle tombe», l'associazione morte-amore diviene una costante nell'arte e nella letteratura.
Nell'Europa del romanticismo, la morte si trasforma in un qualcosa che, al contempo, spaventa ed attrae. La vecchia familiarità non è che un lontano ricordo: al capezzale del moribondo gli astanti sono investiti da forti emozioni, non mostrano più la rassegnazione, distaccata e quasi disinteressata, di un tempo. La sola idea della morte commuove, anche al di là della singola esperienza provata quando si assiste alla fine di una vita. Come si evince dai testamenti, cambia radicalmente il rapporto tra moribondo e familiari, non più semplici spettatori di un evento del tutto normale. Se infatti in età medievale il testamento conteneva, come visto, precise «clausole pie» – che nascondevano una certa diffidenza nei confronti degli esecutori testamentari, i quali in assenza di una carta validata da un notaio non avrebbero probabilmente rispettato le ultime disposizioni del defunto –, nel XVIII secolo esso si trasforma nel documento con cui ancora oggi tutti abbiamo familiarità (ovvero un atto legale per regolare la gestione patrimoniale), segno evidente che i rapporti familiari si erano nel frattempo consolidati, rendendo superflue le raccomandazioni di natura "spirituale". Il lutto, in altre parole, prima vincolato da consuetudini obbligate, acquisisce quel carattere di spontaneità che è scontato secondo la mentalità contemporanea, ma che era sconosciuto all'uomo del Medioevo.
Come sottolinea Ariès, ciò che spaventa non è più la morte di sé, bensì la morte dell'altro, difficile da accettare. Il moderno culto delle tombe si spiega in effetti proprio con questo nuovo sentimento di pietà per i resti della persona che è venuta a mancare. Già a partire dal XIV, ma soprattutto dal XVII secolo, la localizzazione della sepoltura risulta essere una costante in Europa, finché nel XVIII secolo l'accumularsi dei morti presso le chiese non diviene intollerabile per la sensibilità dell'epoca, sia per questioni igieniche, sia per la crescente esigenza di offrire al cadavere una degna sepoltura. L'uomo del Settecento avverte inoltre la necessità di tenere vicino a sé i propri cari defunti, e quindi ha bisogno di cimiteri che rispettino l'individualità della tomba, un luogo che appartiene alla persona scomparsa ed è per questo incaricato di preservarne la memoria. È il preludio, di fatto, alla nascita del culto dei morti, che caratterizzerà – spesso confondendosi con esso – lo sviluppo del patriottismo, come attestano i numerosi monumenti ai caduti che popolano le città europee nel XIX e, soprattutto, nel XX secolo.

L'idea che il cimitero costituisca la "casa" del defunto matura entro il contesto di una complessa evoluzione dell'atteggiamento dell'uomo nei confronti della morte. Nella società contemporanea nessuno accetta più che il corpo del defunto non riceva adeguata e dignitosa sepoltura, anche perché è diventato sempre più difficile – e doloroso – fare i conti con la morte. Il consistente aumento dell'aspettativa media di vita ha di fatto trasformato la morte in un'esperienza da evitare, «proibita» secondo la definizione di Ariès. Non esiste più la familiarità con la morte: il capezzale "affollato" di età medievale (cui erano ammessi anche i bambini, che partecipavano a quella che era una formale cerimonia di commiato) sarebbe considerato macabro ai giorni nostri. Non solo: da un lato si fa di tutto per nascondere al moribondo la gravità del suo stato; dall'altro si "privatizza" il lutto, si evita il più possibile di esibire il dolore, per non turbare chi con la morte non vuole avere niente a che fare.
Anche il luogo della morte, oggi, è profondamente cambiato. Ormai nessuno si spegne nel proprio letto: nella seconda metà del XX secolo si muore in ospedale – un luogo, significativamente, separato, che la collettività emargina come se non facesse parte del suo mondo –, il più delle volte da soli. Dal momento che scatena emozioni che si vorrebbero evitare, è bene che la morte resti confinata: come puntualizza Ariès, «si ha il diritto di commuoversi solo in privato, cioè di nascosto». Le manifestazioni esteriori del lutto sono sempre più percepite come fuori luogo: il dolore, se esibito, non suscita pietà, ma ripugnanza. È perturbante, quindi potenzialmente contagioso.
Nel XX secolo – come ha sottolineato il sociologo inglese Geoffrey Gorer – la morte è diventata un tabù, di fatto sostituendosi, come primo divieto, al sesso. Una volta si raccontava ai bambini che nascevano sotto un cavolo, ma si permetteva loro di assistere alla cerimonia d'addio presso il capezzale del moribondo; oggi non si hanno più remore quando si parla di amore, ma se una persona cara muore, ai bambini si dice che è volata in cielo o che riposa in un giardino fiorito. Secondo Ariès, nel mondo capitalistico il raggiungimento e il mantenimento della felicità collettiva sono alla base di un autentico imperativo sociale: ovvero «la necessità d'essere felici, il dovere morale e l'obbligo sociale di contribuire alla felicità collettiva evitando ogni causa di tristezza o di noia, dandosi l'aria di esser sempre felici, anche se si tocca il fondo della desolazione». Di conseguenza, «mostrando qualche segno di tristezza, si pecca contro la felicità, la si rimette in discussione, e allora la società rischia di perdere la sua ragion d'essere».
Forse non è un caso che nelle società che per prime hanno raggiunto un moderno sviluppo capitalistico (Inghilterra e Stati Uniti) nel XIX secolo si siano diffusi modelli di sepoltura più sobri e persino la cremazione, che è il modo più radicale per chiudere i conti con la morte. Il punto è che il dolore è un fatto privato, e meno lo si ostenta meglio è. Il che, si badi, non significa affatto provare indifferenza per la morte, anzi! Quando questa era familiare, le manifestazioni collettive ed artefatte del lutto nascondevano, in realtà, una certa rassegnazione dinanzi all'inevitabile: molti vedovi – si pensi alla figura stereotipata della matrigna in letteratura – si risposavano pochi mesi dopo la scomparsa della moglie. Oggi invece, in un mondo che bandisce il lutto, molti vedovi non sopravvivono un anno alla morte del coniuge. Come scrive Ariès, viviamo come se non dovessimo morire mai. «E, sorpresa, la nostra vita non sembra per questo più lunga!». Neanche un po'.