mercoledì 17 maggio 2017

La guerra di Modena

di Luigi Malavasi Pignatti Morano

«All'età di diciannove anni, di mia iniziativa e a mie spese, misi insieme un esercito, grazie al quale liberai la repubblica dal dominio dei faziosi. Per ricompensarmi, il Senato, con decreti che mi rendono onore, mi cooptò nel suo ordine attribuendomi addirittura il diritto di parlare quando tocca a chi è già stato console; e inoltre mi riconobbe l'imperium, il comando militare. Questi decreti risalgono al consolato di Aulo Irzio e Gaio Vibio Pansa [43 a. C.]. Il Senato inoltre mi ordinò di provvedere all'emergenza in cui si trovava la repubblica collaborando coi consoli in carica e attribuendomi il rango di propretore. Nello stesso anno, essendo caduti in guerra entrambi i consoli, il popolo mi elesse console nonché "triumviro per la riforma dello Stato"».
Queste parole, qui proposte nella traduzione di Luciano Canfora, costituiscono l'esordio delle Res Gestae Divi Augusti, ovvero il testamento politico del figlio adottivo di Cesare. Si trattava di un documento, inciso ed esposto in varie città dell'Impero, redatto da Augusto stesso al fine di legittimare la propria opera imperiale, anche là dove – specie col reclutamento di un esercito privato – essa era stata palesemente illegale. A rendere lecito il ricorso a misure straordinarie era stata, secondo le Res Gestae, la necessità di liberare la repubblica «dal dominio dei faziosi», identificabili senza dubbio coi cesaricidi nella versione greca (destinata ai sudditi delle province orientali), ma difficilmente inquadrabili nel testo latino (letteralmente: «Rem publicam a dominatione factionis oppressam in libertatem vindicavi»).
A chi alludeva, dunque, Augusto utilizzando la parola «factio»? Difficile sostenere che si riferisse esplicitamente ai cesaricidi, visto il successivo accenno alle ricompense ricevute dal senato. Ma anche l'ipotesi di un collegamento «factio»-Marco Antonio non convince del tutto, se non altro per la presenza, nell'ultima frase, di una legittimazione del triumvirato. Canfora suggerisce pertanto che «factio» evocasse «la parte più faziosamente "repubblicana" e anticesariana del Senato», anche se, utilizzando quella parola, Augusto probabilmente volle «che l'espressione fosse passibile di varie interpretazioni, tutte possibili e tutte smentibili». In sostanza, l'autore delle Res Gestae esordisce in modo volutamente ambiguo, come a dire che tutti i contendenti di Augusto potevano, all'uopo, essere tacciati di faziosità.
Tacito, che scrisse col beneficio di una visione ex post, smascherò l'ingannevole linguaggio augusteo: «La simpatia mostrata per la pars pompeiana [cioè repubblicana] – scrisse infatti negli Annali (la traduzione è sempre di Canfora) – era stata soltanto simulazione». Per comprendere, però, fino in fondo queste parole è necessario fare un passo indietro.
Dopo l'assassinio di Cesare (idi di marzo, ossia 15 marzo, del 44 a. C.), i cesariani, superato l'iniziale sbandamento, riuscirono a riorganizzarsi, mentre i congiurati (tra cui figuravano, in primo piano, Marco Giunio Bruto, Caio Cassio Longino e Decimo Bruto) dimostrarono di non aver pianificato nulla al di là dell'omicidio. In un clima di forte incertezza, Marco Antonio (ex luogotenente di Cesare) riuscì a far ratificare dal senato un compromesso che prevedeva l'amnistia per i congiurati e, di contro, la convalida degli atti del defunto dittatore. Anche l'attribuzione delle province fu confermata, con l'assegnazione della Gallia Cisalpina a Decimo Bruto e della Macedonia a Marco Antonio. 
L'obiettivo di quest'ultimo era evidentemente quello di raccogliere l'eredità di Cesare. Per questo sfruttò le esequie del dittatore per scatenare le ire del popolo contro i congiurati, col risultato che questi abbandonarono Roma per timore di rappresaglie. Ad intralciare la scalata al potere di Antonio comparve tuttavia la figura del futuro Augusto. Alla lettura del testamento di Cesare, infatti, si scoprì che il conquistatore delle Gallie aveva designato suo erede e figlio adottivo il giovane pronipote Caio Ottavio (la sorella di Cesare, Giulia, era sua nonna), che in quei giorni si trovava in Illiria. Appresa la notizia, Ottavio si precipitò a Roma, dove reclamò ufficialmente l'eredità e lasciò intendere chiaramente che avrebbe vendicato la morte del padre. In tal modo si attirò le simpatie dei cesariani, mentre il senato, manovrato da Cicerone, cominciò a scorgere in lui un potenziale antagonista di Antonio, di cui temeva lo strapotere. 
Quest'ultimo nel frattempo, in scadenza di consolato, aveva fatto votare dai comizi un provvedimento (permutatio provinciarum) col quale, di fatto, si assegnava la Gallia Cisalpina e la Gallia Comata (strategiche per il controllo della penisola) al posto della Macedonia. Quando però egli si accinse a prendere possesso della Cisalpina, Decimo Bruto (governatore originariamente designato dallo stesso Cesare) si rifiutò di consegnargliela, rifugiandosi a Modena, che fu stretta d'assedio. Al senato non restò che inviare i due consoli del 43 a. C. (Irzio e Pansa) in soccorso di Decimo Bruto; ad essi, però, fu affiancato anche Ottavio, che guidava un'armata privata reclutata in Campania e a cui fu conferito un imperium propretorio. Secondo la versione accreditata dalla storiografia tradizionale, «vicino a Modena – si legge in un manuale universitario di storia romana tra i più diffusi – Antonio fu battuto e fu costretto a ritirarsi verso la [Gallia] Narbonese, dove contava di unire le sue forze a quelle di Lepido [futuro triumviro]. Irzio e Pansa morirono per le ferite riportate dallo scontro. Poiché entrambi i consoli erano scomparsi, Ottavio chiese al senato il consolato per sé e ricompense per i suoi soldati. Al rifiuto, non esitò a marciare su Roma». 

Secondo Canfora – e qui conviene riprendere l'analisi di Tacito –, questa versione dei fatti è tuttavia un po' fuorviante. Innanzitutto è bene chiarire la decisione di Ottaviano di mettersi al servizio del senato, decisione di per sé singolare, dal momento che comportava uno scontro armato col luogotenente del padre adottivo. Scrive Canfora: «L'abilità di Ottaviano è consistita nello schierarsi lucidamente dalla parte di Cicerone [...] [per] acquisire un peso contrattuale che mai, altrimenti, Antonio gli avrebbe riconosciuto nella difficile partita della spartizione dell'eredità politica di Cesare. Per questo, nella ricostruzione "ufficiale" di quel suo esordio mette l'accento sull'aspetto eversivo [...] e lascia nel vago quale fosse la factio che con tale atto eversivo aveva dovuto abbattere». 
Sottomettendosi al senato, Ottaviano accettava di mettere le sue truppe agli ordini di Irzio e Pansa. Questi erano, prosegue Canfora, i veri ostacoli nella scalata al potere, «giacché le "sue" [di Ottaviano] truppe difficilmente avrebbero potuto piantare i consoli (eventualmente vincitori) e tornare con Ottaviano». Ma con la morte di questi ultimi Ottaviano ebbe buon gioco a prendere possesso delle "sue" legioni e di quelle consolari. E con esse marciò su Roma, dove con Antonio e Lepido costituì il secondo triumvirato. Decimo Bruto, invece, abbandonato dai suoi soldati, fu ucciso mentre tentava di passare le Alpi orientali per congiungersi cogli altri cesaricidi.
Le morti in rapida successione di Irzio (in battaglia) e di Pansa (per le ferite riportate nel primo scontro con Antonio) paiono, in effetti, alquanto sospette. Addirittura, scrive Svetonio, dopo la morte di Pansa «il medico Glicone venne arrestato sotto l'imputazione di averne avvelenato la ferita». Quanto ad Irzio, sempre Svetonio, citando uno storico a noi non pervenuto di nome Aquilio Nigro, indica esplicitamente Ottaviano come assassino «nel pieno della mischia». Ipotesi cui la storiografia non ha dato grosso credito, ma che invece Canfora non intende scartare a priori. Certo è che, rimasto isolato, Cicerone dovette di colpo realizzare di essere stato raggirato proprio da colui che egli per primo si era illuso di poter sfruttare per sconfiggere Antonio. Il progetto di far scontrare a morte, a tutto vantaggio del senato, due coalizioni di cesariani era fallito con la morte di Irzio e Pansa. Ed è quantomeno curioso che nell'erroneo calcolo di Cicerone lo storico Ronald Syme abbia visto un'anticipazione del comportamento politico di Giolitti, che credette di poter utilizzare strumentalmente Mussolini in funzione antisocialista, ma che invece fu abilmente manovrato, proprio come l'Arpinate, dal giovane di cui aveva propiziato l'ascesa.