lunedì 19 giugno 2017

Acheng - La Trilogia Dei Re



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Introduzione
I re di Acheng hanno la testa nel Dao
di Alfredo Giuliani

Poiché nella nuova trascrizione oggi in uso il vecchio Tao è diventato Dao, oso pensare da dilettante che ora il taoismo si debba chiamare daoismo. Ma nei trattati, nei manuali e nelle enciclopedie non andate a cercarlo con questo nuovo nome. Per afferrare con la mente la cruda e incantevole atmosfera dei racconti di Acheng, la cui intelligenza è certamente permeata dal daoismo, non è indispensabile conoscere qualche cosa intorno al Dao, la “Via”, la “forza vitale” che attraversa tutti gli esseri e tutti i mutamenti. Intendo dire che il lettore sensibile percepisce con gioia, forse con piacevole stupore, la visione daoista del narratore senza che gli occorra di darle un nome. Basti dire che il principio del Dao va interpretato come profonda ironia metafisica. Dao è il vuoto, l’abissale, è la realtà originaria e ultima che non si può nominare. I nomi che possono essere nominati riguardano ciò che non permane, ciò che si agita e passa. C’è nel daoista amore e interesse per le cose vere che passano nell’esistenza attraverso il Dao. E c’è una sorta di pietà impassibile, o se volete estremamente pacata, per il transeunte. La via del saggio daoista è di agire, ma senza combattere, senza mettersi in mostra, è di sapere che la via della semplicità è difficile, è di conoscere per intuizione ciò che la vita naturale richiede al corpo e allo spirito dell’uomo.
Può sembrare singolare che la concezione daoista si ripresenti a noi con tanta naturalezza e tranquilla coscienza in uno scrittore che s’è formato, tra incredibili impedimenti, nei dieci anni di deportazione inflittigli dal regime di Mao nel periodo della cosiddetta “rivoluzione culturale”. Singolare, ma non strano. Intanto, come sostiene lo stesso Acheng, tutti i cinesi, anche se non sono daoisti, si richiamano a una cultura, ad un approccio mentale daoista. E poi, avendone l’inclinazione, non c’è modo migliore di sperimentare la forza del Dao che trovarsi a dover spremere spiriti di conoscenza e di resistenza dalle più assurde costrizioni: «l’assurdo – scrive Acheng – è la realtà della Cina di oggi». Quando nel 1969 fu spedito “in campagna”, come accadde a milioni di coetanei, il futuro scrittore era ancora uno studente del liceo e aveva diciassette anni. Andò a lavorare, prima nello Shanxi e nella Mongolia interna, poi nella regione dello Yunnan ai confini con il Vietnam. I “giovani istruiti” dovevano dissodare le montagne, disboscare le foreste per dare luogo a piantagioni “utili”. La fonte dei tre racconti riuniti in questo volume scaturisce dall’esperienza di quegli anni. I racconti hanno una comune struttura simbolica: dove c’è un re, che in Acheng è sempre un re poveraccio, ricco soltanto dei significati che si porta addosso o acquista col proprio agire, c’è un individuo che forse non sa di pensare e di agire per tutti, uno che interpreta la verità delle cose. Secondo un’idea direttrice del daoismo popolare, se devo dar retta al maestro Marcel Granet (Il pensiero cinese), il “re” è l’uomo efficace per eccellenza, è il responsabile del ritmo della vita universale. Sicché, si potrebbe supporre una sottile alchimia nella concezione dei poveri re senza potere di Acheng. Nella tradizione daoista, la verità delle cose è eternamente intuitiva, non comprensibile in categorie, indifferente alla distinzione tra sublime e grottesco, tra alto e basso.
Venuto in Italia sul principio del 1992, Acheng ebbe modo di esprimersi con diversi intervistatori, e in una di tali occasioni disse qual è l’idea di fondo di questi suoi racconti: «come può un uomo conservare la propria forza mentre va in frantumi il mondo che gli sta intorno». Non è un’affermazione riduttiva. Essa rivela uno stupore sincero, che anima quella che abbiamo chiamato la comune struttura simbolica. Ma le tre storie qui raccolte sono assai diverse l’una dall’altra, come sono unici ognuno a modo suo i caratteri dei protagonisti. E la stessa parola “re” dei titoli suona ogni volta con un timbro particolare. Nel primo racconto, “re” è il nome mitico, sacrificale, di un albero immenso, antichissimo, e di un piccolo boscaiolo che lo rispetta come uno Spirito della Natura, fino a morirne quando esso verrà abbattuto. Nel secondo racconto, il titolo di “re” è un titolo ironico per il “giovane istruito” che, ricevuto l’ordine di improvvisarsi insegnante in un’approssimativa scuola media, fa del suo meglio per addestrare i ragazzi a leggere e scrivere, e viene presto rinviato tra i manovali perché non svolge le lezioni del testo ufficiale; è un’ironia squisitamente politica, considerando che in Cina gli insegnanti sono comunemente detti “re dei bambini”. Nel terzo racconto, infine, il titolo di “re” è un risarcimento, un riscatto leggendario dovuto al misero e geniale Wang Yisheng, il Topo di scacchiera.
La forza della natura soccombe alla cieca stupidità degli uomini, per poi risorgere in nuove forme. Potrebbe essere letto così Il re degli alberi, racconto disperatissimo e pacatamente ilare, che attinge sommessamente una religiosità primordiale nelle figure dei suoi due protagonisti: il gigantesco albero solitario in cima a una montagna, alto cento metri e con un ombrello di rami che copre in su il cielo e in giù la superficie di un acro; e l’omino basso, minuto, dotato di eccezionale forza fisica. Lao Xiao detto Grumo, boscaiolo troppo rispettoso degli alberi, condannato dopo la Rivoluzione culturale a fare l’ortolano e diffidato dall’impicciarsi “nella politica di disboscamento”. Chi è il re degli alberi? La grande pianta selvatica, testimone della bellezza e del vigore della natura verde, o il suo ostinato custode, il rude e silenzioso omino dei boschi, invano umiliato? La voce popolare, forse con un’ombra di scherzo, chiama anche lui, il Grumo, re degli alberi. E così è di fatto, nel destino che lo lega a quella superba creatura vegetale in cui egli riconosce la presenza del Padre celeste. La lotta dignitosa e solitaria del Grumo contro l’insensibilità e l’ottusità dei “giovani istruiti” conformisti capeggiati dal fanatico Li Li, non può avere fortuna. Disboscata l’intera montagna, anche il re degli alberi viene faticosamente abbattuto. È un tratto interessante da notare: i dirigenti dell’azienda agricola, il capo della brigata locale e il segretario del partito avrebbero volentieri lasciato stare il grande albero “inutile”, non tanto per dare ascolto al Grumo, quanto per un istinto più forte delle direttive economiche. Ma il fanatico Li Li fa valere l’imposizione ideologica: bisogna educare le masse contadine a liberarsi delle “superstizioni”. Il Grumo pensava invece che anche il re degli alberi fosse utile; a che cosa non sapeva dirlo. Noi possiamo immaginare il suo sentimento: quell’albero era utile a testimoniare la grandezza della vita e l’opera del tempo. Quando il re viene abbattuto, anche il Grumo perderà di colpo la sua tranquilla, eccezionale forza, e morirà.
In una nota che Acheng ha scritto a proposito di questo racconto leggiamo un passo assai significativo: «Che cosa sia la verità è una questione antica. Rispetto alla vita, la verità è l’esperienza». Se vogliamo capire la visione del Grumo, badiamo non soltanto a come si comporta con gli alberi, ma anche, nei momenti rilassati o in quelli di massima tensione, a come si comporta con gli uomini. Se in passato ha commesso un atto di rabbia selvaggia (che ha cercato umilmente di riparare senza dir niente a nessuno), ora in circostanze assai più decisive, con enorme sofferenza, riesce a dominarsi. L’omino degli alberi prova la soffocata fierezza di contrastare la distruzione, di salvare la verità dell’esperienza. Ma ciò vale soltanto per lui, che ne muore. La verità dell’esperienza non è un valore comune. Se così fosse procederemmo tutti lungo il Dao.
Il protagonista del secondo racconto, Il re dei bambini, non è affatto un eroe come il Grumo e come Topo di scacchiera, il protagonista de Il re degli scacchi; del resto, l’ho accennato più sopra, il “re dei bambini” è un nome corrente, una metafora senza pretese. Protagonista, un giovane alquanto spensierato che se la cava nei lavori manuali imparati in campagna, è stavolta lo stesso narrante e non è difficile (sebbene forse ingannevole) scorgere in costui controluce la figura dell’autore. Di punto in bianco, dopo sette anni di sfacchinaggio campestre, gli ordinano di andare ad insegnare nella disastrata scuola media dell’azienda. Così comincia la sua breve avventura di insegnante fittizio a confronto con studenti confusi e malamente addestrati all’uso della lingua. Tutti, meno uno il ragazzo Wang Fu, che ha testa, mani e piedi enormi, e una grandissima, paziente voglia di imparare. Il rapporto dell’avventato insegnante con il diligente Wang Fu è una delle cose deliziose del racconto. I due si parlano con franchezza, il ragazzo rimprovera il presunto insegnante di non saper insegnare, e costui impara presto il metodo giusto dal suo alunno. Tutta la classe s’inoltra per un po’ nell’apprendimento dei caratteri e della scrittura più naturale. Buona parte della storia ruota intorno a un oggetto reale, concretissimo, che finisce col diventare simbolico: un dizionario della lingua cinese, bene preziosissimo che passa dalla cuoca della brigata Lai Di al suo compagno promosso insegnante, e da questi a Wang Fu, che lo ottiene in regalo dopo aver cercato di appropriarsene con una scaltra scommessa. L’amore per la lingua cinese (e dunque la detestazione per il suo uso burocratico e formulare) sembra il tema portante del racconto. L’esperienza del re dei bambini finisce sul più bello; accusato di far lezione senza seguire il libro di testo, il giovane spensierato torna a zappare la terra. Anche se un tantino sconsolato, dei tre racconti questo è il più tenero, il più buffo e leggero. I personaggi di Acheng restano annidati nella memoria del lettore. Se la letteratura può offrire tali esempi raffinati di “bellezza semplice”, non vorremmo fare a meno dell’assurda realtà cinese, sebbene essa costi ancora l’esilio all’autore.
Raffinatezza di pensiero e forte vena popolare rendono Il re degli scacchi una lettura davvero incantevole. La storia è di una semplicità vera, dunque ingannevole; perché le cose dei poveri come Wang Yisheng, il misero giovane appassionato del gioco degli scacchi, in verità non sono mai semplici. È insieme un racconto realistico ed una favola allegorica, una parabola sui bisogni fondamentali dai quali l’uomo dipende e sulla sfida intellettuale che l’eroe povero è capace di porre al mondo e insieme a se stesso, magari a costo di estenuarsi nello sforzo della concentrazione. Il narrante (tutti e tre i racconti sono scritti in prima persona) è uno studente, i cui genitori perseguitati fin dall’inizio del “movimento” (Rivoluzione culturale) sono morti; e dopo essere vissuto allo sbando ha finalmente ottenuto una lontana destinazione in un campo di lavoro per essere “rieducato dalle masse”. Nell’affollatissimo treno che parte da Pechino si trova seduto dirimpetto a un altro studente che lo invita subito a una partita di scacchi. Il narrante conosce appena le regole del gioco e non ha interesse per gli scacchi, però i suoi compagni di scuola parlavano sempre di un ragazzo, Wang Yisheng, detto Topo di scacchiera, che era un brillante giocatore e batteva tutti. Scopre che il suo magro e sottile dirimpettaio è proprio lui, il Topo.
Comincia così una schietta amicizia fondata su una evidente diversità di origini famigliari e di esperienze, nonché di temperamenti, nutrita dall’interesse reciproco per tali diversità e dalla situazione di azzeramento in cui è caduta l’esistenza di entrambi. Il narrante è sorpreso dall’ossessiva intensità con cui Wang Yisheng vive il problema del cibo; sebbene abbia sperimentato talvolta i morsi della fame, gli sembra che l’accanita avidità del Topo abbia alcunché di patologico. D’altronde, e mette conto di notarlo, Wang, che è sempre stato povero mentre il narrante lo è diventato, fa riferimento esclusivamente a una cultura orale. Se si tolgono l’istruzione di base, i problemi di matematica e qualche raccolta di schemi di partite, sembra che Topo di scacchiera non abbia letto altro. Ma le storie che ha da raccontare all’amico – quella del vecchio spigolatore di carta straccia che gli ha insegnato la sottile filosofia degli scacchi, e quella dei suoi teneri e strazianti rapporti con la madre – sono straordinariamente pregnanti; e il lettore noterà come le due storie s’intreccino nel destino di Wang (è una delle tante finezze di questo racconto).
I due ragazzi, destinati a due aziende agricole distanti una cinquantina di chilometri l’una dall’altra, hanno due occasioni per incontrarsi nuovamente. È significativo che nella prima l’episodio più godibile, raccontato con epica grandiosità, sia la preparazione e consumazione di una cena, e che il narrante, esperto cuoco di serpenti bolliti e di melanzane al vapore, provveda amorosamente alla cottura del cibo. Nella seconda occasione campeggia una tesissima e stremante partita a scacchi giocata dal Topo contro nove avversari contemporaneamente. L’importanza attribuita al cibo è la cura della sopravvivenza. La passione per il gioco degli scacchi è per Wang Yisheng coltivazione mentale della “propria natura”. Il vecchio della carta straccia gli ha trasmesso la nozione fondamentale del Dao. Il Dao è immutabile, così sono immutabili le regole degli scacchi e i princìpi delle sue strategie: «Non si può andare contro la natura degli scacchi, ma per ogni partita dovrai creare la tua strategia vincente». La strategia si definisce nei momenti critici della partita. Ma negli eventi del mondo non puoi comportarti con la stessa inventiva precisione che sulla scacchiera. Nella vita sono troppe le cose di cui non si sa nulla. Non si può penetrare tutta la verità: «Non tutti i pezzi sono sulla scacchiera, è una partita che non si può giocare», dice il vecchio. Qui sembra che l’analogia tra la vita e il gioco degli scacchi venga rigorosamente frustrata. Eppure, nel racconto s’introduce un’altra sottigliezza. «Quando gioco – dice Wang Yisheng al narrante, – mi dimentico di tutto. Quando sono immerso in una partita mi sento bene. Sono capace di giocare a mente, senza la scacchiera e i pezzi. Non do fastidio a nessuno». Il compagno allora gli domanda che cosa farebbe se un giorno gli proibissero di giocare e perfino di pensare agli scacchi. Il Topo lo guarda sorpreso e risponde: «Non è possibile, come farebbero? Io so giocare a mente, dovrebbero scavarmi nel cervello. Dici delle assurdità». È bello giocare a scacchi, commenta il narrante con un sospiro. Lo scrivere a mente, senza scrivere, senza scacchiera e pezzi, sarebbe per lo scrittore daoista un esercizio ascetico possibile in condizioni critiche? La letteratura starebbe alla politica come il gioco degli scacchi sta al gioco della vita?