martedì 20 giugno 2017

Bruno Bartoletti - Nel caffè

di Alberto Rizzi

Bruno Bartoletti nasce a Montetiffi, una piccola frazione del comune di Sogliano al Rubicone (FC), dove tuttora risiede. Laureatosi nel 1967 in Materie Letterarie presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi su Giovanni Pascoli, nel 1974 è nominato assistente ordinario alla cattedra di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi di Torino, nomina a cui rinuncia per dedicarsi all’insegnamento negli istituti tecnici dove svolgerà dal 1981 la funzione di preside.
Uomo di scuola e promotore culturale, presso l’Università di Aix en Provence ha svolto un dottorato di ricerca d’Etudes Romanes con un lavoro su Dino Campana. Si è sempre dedicato alla poesia fin da ragazzo, ma solo in età matura ha cercato di dare ordine e sistemazione al suo lavoro.
Nel 1997 pubblica “Trasparenze – Frammenti di memorie”, nel 2000 “Le radici”, nel 2001 “Parole di Ombre”, nel 2005 “Il tempo dell’attesa”, Società Editrice «Il Ponte Vecchio», nel 2012 “Sparire in silenzio ritrovando il vento delle strade” per mezzo di Youcanprint Self – Publishing, nel 2017 “I volti non hanno più nome”, Giuliano Ladolfi Editore.
Presiede l’Associazione culturale “Agostino Venanzio Reali” e l’omonimo premio nazionale di poesia.


Nel caffè

“Credere in altri, credere e lottare
col viso guasto e il freddo sulle mani”
dicesti con un sibilo sottile, stringendo il pugno,
con le labbra rigonfie di saliva e nicotina.
E come un’eco si persero parole
tra il fumo che saliva, tra gli sguardi indifferenti,
in quel caffè fuori porta, in un’ora tarda di maggio.
“Ma fu strada quella d’altri tempi.
Ora si parla a vuoto, forse troppo,
nulla dà maggior potere della menzogna”
dissi fra me e me, dissi a quell’altro, nel silenzio greve
di quell’ora già tarda, lo vedevo di sbieco,
controluce, con una smorfia ferma sopra il labbro.
“È un segno questo lasciatomi in quei giorni”
disse indicando con l’indice sul volto
la cicatrice tagliata sulla guancia,
“allora era diverso, si sapeva, ed era
quello il potere” balbettò soffiando.

Ed io che fuggo, non so per quale sorta,
che vedo donne e uomini nel fango
trascinati per forza o per inerzia
arrabattarsi e chiedere del pane
ed altri fermi, chiusi nello spazio
del proprio tornaconto, ognuno solo,
ed altri ancora vendersi per poco,
io che non basto a smuovere l’offesa…
“Chi vuoi che salvi?” chiesi a bruciapelo.
“Quelli, non altri, quelli che han creduto”.

Veniva un’onda cupa di basalto, un’onda
bruna dove soffia il vento che fa secche
le querce e rosso il cielo, la tramontana
ci soffiava al fianco, ed era quello il tempo
dell’attesa, il primo tempo quando è verde il grano.
Torse la bocca in una smorfia, torse
le mani ossute. “Oh se qualcosa mai
fosse rimasto! Se qualcosa ancor oggi
fosse vivo!” disse col tono cupo del rimpianto,
disse guardando fisso oltre la soglia.
“Sono gli anni che invecchiano, sono
i tempi, questi, più avari, sono…” e vidi
oltre il suo viso tutto incrinarsi il tempo
delle nostre debolezze, i sogni eterni,
muti, in un trasecolar di foglie, vidi…
Lo so per certo, questo tengo a mente,
la nostra nudità, la nostra fede spenta.


Si parlava, a proposito della lirica presentata la scorsa settimana, di “poesia civile”: se la prima cosa che viene a mente al riguardo è – come per quel testo – la denuncia del degrado esistente, un taglio differente in questo argomento è quello attraverso il quale si focalizza l’attenzione sui soggetti che lottano, o hanno lottato, perché le cose cambino in positivo.
Questo schema è in realtà un pretesto, per far meditare il lettore sulla difficoltà del mettersi in gioco in prima persona e per raggiungere in questo modo un cambiamento, personale o nel sociale che sia; il che comporta, poi, l’assumersi le proprie responsabilità: ed è appena il caso di accennare qui, che l’incapacità a far ciò è la pecca principale – a parere di chi scrive – del carattere dell’italiano medio; con tutte le conseguenze in negativo che ci troviamo a vivere sulla nostra pelle.
Questa riflessione riesce benissimo a Bruno Bartoletti in “Nel caffè”, grazie a un’attenzione ai dettagli e a una capacità a prima vista più affabulatoria e prosaica che poetica; capacità che peraltro l’autore ha saputo mostrare anche in altre liriche: di taglio diverso, ma comunque incentrate sulla quotidianità. Una quotidianità che viene elevata – grazie all’anzidetta attenzione – ad esempio di vita: nel senso sia di sopportazione della stessa, sia di lotta, appunto, alle sue storture.
Persone umili e “banali” che, come i protagonisti della lirica qui presentata, non sono né eroi, né antieroi; diventano in questo modo il simbolo di quanti si sono posti, si pongono, o si porranno domande simili e simili dubbi, di fronte al momento di sfascio nel quale si trova la società italiana.
Ecco dunque un lungo elenco di immagini, relative sia a persone che a cose, che scavano nel profondo dell’impotenza (reale o solo percepita?) che la maggior parte di noi prova, nel momento in cui decide di dover fare qualcosa, per contrastare lo strapotere dell’attuale regime e la volgarità imperante: una componente fondamentale, quest’ultima, per la conservazione di detto regime.
Ed il riuscire a farlo senza cadere nelle trappole delle ideologie e della retorica, è risultato che di per sé fa meritare plauso a Bruno Bartoletti e alla sua “Nel caffè”.