lunedì 26 giugno 2017

Giorgio Caproni (Livorno, 7 gennaio 1912 – Roma, 22 gennaio 1990)

di Nerina Ardizzoni

Giorgio Caproni nasce a Livorno il 7 gennaio del 1912. Gli anni tra il 1915 e il 1921 sono “anni di lacrime e miseria nera”. Caproni impara a leggere da solo, a quattro anni, sulle pagine del Corriere dei Piccoli, frequenta l'Istituto del Sacro Cuore “le suore mi riempivano di santini. Erano molto affettuose, ma il buon Dio che cercavano di farmi amare, passava su di me come l'acque su una pietra dura”. Scopre precocemente la letteratura attraverso i libri del padre, tanto che a sette anni scova nella biblioteca un'antologia dei Poeti delle Origini (i Siciliani, i Toscani), rimanendone affascinato. Nello stesso periodo si dedica allo studio della Divina Commedia, dalla quale si ispira per "Il seme del piangere" e "Il muro della terra".  Al termine della prima guerra mondiale la famiglia si trasferisce in una casa più grande, sempre a Livorno. A proposito della guerra Caproni ha scritto “anni duri, in cui ...vidi ammazzare la gente per la strada”
Finalmente, nel 1922, terminano le amarezze, prima con la nascita della sorellina Marcella, poi con  il trasferimento a Genova, che lui definirà "la mia vera città". Terminate le scuole medie, s'iscrive all'Istituto Musicale e studia violino, ma a diciotto anni lascia lo strumento per dedicarsi alla letteratura. È il periodo degli incontri con i nuovi poeti dell'epoca: Montale e Ungaretti. In particolare rimane conquistato  da "Ossi di seppia".
Le prime raccolte pubblicate sono “Come un'allegoria” (nel 1936) e “ Ballo a Fontanigorda” (nel 1938). Dal settembre 1933 all'agosto 1934 compie il servizio militare a Sanremo. Dopo un breve periodo a Pavia, si trasferisce a Roma, dove abiterà per tutta la vita, pur trascorrendo le estati a Loco di Rovegno, dove aveva insegnato in gioventù e conosciuto Rina Rettagliata, la compagna della vita e moglie dal 1937.
Dopo essere stato richiamato alle armi, nel giugno 1940 viene inviato a combattere la fulminea campagna di Francia. Tale esperienza lo conduce verso una fase di ripensamento politico, che però non gli impedisce di esprimersi con toni celebrativi verso il regime in alcuni articoli pubblicati nella rivista Augustea. L'8 settembre 1943 si trova a Loco, posto di fronte all'eventualità di arruolamento nelle brigate della Repubblica di Salò, preferisce entrare nella Resistenza attiva in Val Trebbia, svolgendo, come commissario del Comune di Rovegno, compiti essenzialmente civili. Nel 1948 aderisce al Partito Socialista. Fu per molti anni maestro elementare. Nel 1949 torna a Livorno alla ricerca della tomba dei nonni e riscopre l'amore per la sua città natia. Intanto la sua poesia si afferma sempre di più: "Stanze della funicolare" vince il Premio Viareggio nel 1952. Dopo sette anni, nel 1959, pubblica "Il passaggio di Enea", sempre in quell'anno vince nuovamente il Premio Viareggio con "Il seme del piangere". Riceve nel 1984 la laurea honoris causa in Lettere e Filosofia presso l'Università di Urbino e nel 1985 la cittadinanza onoraria di Genova, città molto amata e ricorrente nella sua produzione poetica.
La raccolta “Il passaggio di Enea” racchiude tutte le sue poesie pubblicate fino al 1956 e riflette la sua esperienza di combattente durante la Seconda Guerra Mondiale e la Resistenza. Giorgio Caproni è stato anche  un fine traduttore, principalmente dal francese; ha tradotto “Il tempo ritrovato” di Marcel Proust e tanti altri classici d'oltralpe. È morto il 22 gennaio 1990 ed è sepolto con la moglie Rina nel cimitero di Loco di Rovegno.
Nella sua poesia sono temi ricorrenti Genova, la madre e la città natale, il viaggio, il linguaggio. Nel corso della sua produzione Caproni procede verso l'utilizzo di una forma metrica che rispecchi il suo animo alle prese con una realtà sfuggente, impossibile da fissare con il linguaggio. Questo stile è evidente anche nell'impiego della forma classica del sonetto, impiegato senza divisioni strofiche.  L'ultima fase della sua poesia insiste sul tema del linguaggio, come strumento insufficiente e ingannevole, inadeguato a rappresentare la realtà.

Concessione
Buttate pure via ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire
cos’è, nella sua essenza, una rosa

Sassate
Ho provato a parlare.
Forse, ignoro la lingua.
Tutte frasi sbagliate.
Le risposte: sassate.

Foglie
Quanti se ne sono andati…
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.

Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come
non lascia orma l’ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverio
confusi d’occhi.

L’occasione
L’occasione era bella.
Volli sperare anch’io.
Puntai in alto. Una stella
o l’occhio (il gelo) di Dio?

Un brusio
di voci afone, quasi
di foglie controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.


Fonti