mercoledì 14 giugno 2017

Laura Martinozzi

di Luigi Malavasi Pignatti Morano

La morte prematura di Alfonso IV d'Este (che si spense il 16 luglio 1662, stroncato a soli 28 anni dalla gotta) lasciò le redini dello Stato estense nelle mani di Laura Martinozzi, moglie del defunto duca nonché nipote del cardinal Mazzarino. Nominata nel testamento del marito tutrice dei due figli Francesco e Maria Beatrice (rispettivamente di due e quattro anni), Laura era appena ventitreenne quando assunse la reggenza del ducato, compito gravoso soprattutto per la preoccupante situazione finanziaria. Le guerre di Francesco I, infatti, ma anche le ingenti somme stanziate da Alfonso IV per l'acquisto di opere d'arte, avevano a tal punto prosciugato le casse dello Stato da rendere inevitabili provvedimenti drastici di contenimento delle spese, tanto più che i crediti che la casa d'Este vantava nei confronti della Spagna erano tali ormai solo sulla carta.
Laura affrontò l'emergenza con risolutezza. «Donna virile, di cui grande era il senno, maggiore la pietà» – secondo il giudizio del Muratori –, ridusse all'osso le spese, improntando il governo dello Stato estense su basi di rigida austerità. Alla guida del ducato la reggente fu affiancata dal cardinale Rinaldo (fratello di Francesco I, che Alfonso IV aveva indicato nel testamento come colui che sarebbe stato «indirizzo, consiglio e guida» della moglie), dal principe Cesare (anch'egli fratello di Francesco I e comandante delle milizie ducali) e da due valenti ministri, il conte Girolamo Graziani e il giurista Bartolomeo Gatti. Ma, tra tutti i consiglieri, era di certo padre Garimberti (il confessore) ad influenzare maggiormente le decisioni della duchessa reggente: e «se si tien conto – ha scritto Luciano Chiappini – della religiosità di Laura, quali che fossero le sue più concrete manifestazioni, della potenza del Garimberti, cui praticamente facevano capo le risoluzioni più impegnative del governo, e della presenza di ecclesiastici in alcune cariche di primaria importanza, si ha un quadro significativo della "clericalizzazione" di quella Corte».
Ribattezzata rapidamente «duchessa padrona» per via del carattere autoritario, Laura pareva ossessionata dal proposito di arginare il dissesto morale del ducato. Per questo non solo bandì il lusso  dalla corte, ma fece chiudere molte osterie e inasprì le pene per il reato di ubriachezza, destando, per tali eccessi, qualche perplessità tra i suoi sudditi. Non stupisce quindi che per descrivere questa sua determinazione nel voler morigerare i costumi dei modenesi,  lo storico genealogista Pompeo Litta abbia scritto che la vedova di Alfonso «si fece conoscere per donna austera, piena di fuoco, ostinata e che disprezzava tutti».
Pure la delicata questione dell'ordine pubblico fu affrontata in maniera energica, con l'obiettivo di debellare il fenomeno – particolarmente recrudescente in quegli anni – del banditismo. Stando a Luigi Amorth, che a sua volta cita sempre il Litta, nel 1669 Laura, «per purgare lo stato di delinquenti o di turbolenti, fa una leva di un migliaio di tali signori, li pone al comando del conte Fontana e li invia ai Veneziani, impegnati nella lotta di Candia, perché vengano esposti "alle palle di cannone  dei Turchi"».  Quanto infine alle misure adottate nei confronti di alcuni esponenti inquieti e rissosi del ceto nobiliare, il comportamento della duchessa fu ancor più spregiudicato, come riferisce ancora il Litta: «Fece uccidere il conte Orazio Boschetti suo vassallo per essersi rivolto al Papa intorno alle sue ragioni pel feudo di San Cesareo, e così fece ammazzare il conte Odoardo Malvasia per attentato da lui e dai fratelli commesso in Cento contro un marchese Fontanelli, governatore del Finale».
Sovente la religiosità della duchessa – che non di rado tendeva a tramutarsi in autentico bigottismo – fu alla base di comportamenti che, con ogni probabilità, dovettero apparire discutibili anche ai suoi più stretti collaboratori. Quantomeno singolare fu, per esempio, la decisione di spendere l'enorme somma di 100.000 scudi romani (in barba alla politica del rigore!) per erigere un grandioso convento per le monache dell'Ordine della Visitazione. E non si trattò nemmeno di un'iniziativa isolata. In città, infatti, le chiese e i monasteri si moltiplicarono, mentre la chiesa di Sant'Agostino fu restaurata e trasformata – ha scritto Riccardo Rimondi – «in un santuario della grandezza e della nobiltà dinastiche» (anche se il progetto originario era di trasformarla in una sorta di pantheon degli Estensi che avrebbe dovuto ospitare le sepolture dei duchi). Il risultato fu che ogni giorno – stando a una cronaca del tempo – nelle strade di Modena divenne possibile assistere a tre o quattro funzioni religiose contemporaneamente.
Il fanatismo della Martinozzi fu all'origine anche di severi provvedimenti contro gli ebrei. Al riguardo, Ernesto Milano evoca addirittura il concetto di crociata, «con il consolidamento del ghetto di Modena e la fondazione di quello di Reggio, per altro tanto angusto che gli 885 israeliti della città vi si devono adattare "come le noci in un sacco". Le rigide disposizioni della Duchessa vietano agli ebrei di svolgere libere professioni, di ricoprire cariche pubbliche, di contrarre matrimoni con cristiani e di possedere beni immobili. Durante le processioni sono obbligati ad esporre i drappi alle finestre, ma non possono affacciarvisi. Devono inoltre portare, per un certo periodo, un nastro giallo sul cappello per essere riconosciuti a vista».
Una tale intransigenza,  che spesso sfociava in aggressività, non poté evidentemente esprimersi anche in politica estera, dal momento che le ridotte dimensioni e le limitate risorse del ducato non consentivano di coltivare progetti ambiziosi. Logico pertanto che Laura tentasse di mantenersi equidistante rispetto alle grandi potenze, prendendo semmai posizione solo per dirimere alcune piccole controversie di confine. Di un certo rilievo fu, ad ogni modo, l'acquisizione "pacifica" dei due feudi di San Felice sul Panaro (acquistato dai Pio nel 1669) e Gualtieri (già appartenuto ai Bentivoglio). 
Il disegno della duchessa di preservare a tutti i costi la neutralità dello Stato estense si scontrò tuttavia, nel 1673, con la volontà di Luigi XIV di combinare  il  matrimonio tra la quindicenne Maria Beatrice (figlia di Laura) e l'erede al trono inglese Giacomo Stuart. A nulla valse la (peraltro timida) resistenza della Martinozzi:  il Re Sole voleva insediare nella corte di Londra una principessa cattolica, e la giovane di casa d'Este – di una dinastia, cioè, alleata della Francia – faceva proprio al caso suo. Anche papa Clemente X insistette, rendendo di fatto improponibile l'ipotesi di un clamoroso rifiuto. A Laura, di conseguenza, non restò  che cedere. E il 5 ottobre, accompagnata dal Garimberti e dal cognato Rinaldo, partì con la figlia alla volta di Londra.
L'assenza da Modena della duchessa si protrasse per sei mesi, durante i quali il legittimo erede di Alfonso IV, Francesco II, fu sapientemente avvicinato da alcuni uomini della corte che mal sopportavano il governo della Martinozzi. Tra essi, Luigi, Foresto e Cesare Ignazio – e in particolare proprio quest'ultimo, che, avendo frequentato la mondana Versailles, non condivideva il bigottismo di Laura e nutriva forti ambizioni personali –, appartenenti ad un ramo cadetto della casa d'Este, irretirono il futuro duca, convincendolo della necessità di sottrarsi alla tutela materna. Secondo Luigi Amorth, decisivi furono anche «il vecchio principe Cesare, fratello del duca Francesco I, toccato nel suo orgoglio per certi atteggiamenti troppo autoritari della Reggente, e il ministro Gatti, offeso perché il suo consiglio veniva sempre posposto a quello dell'onnipotente Garimberti». A queste pressioni il quattordicenne Francesco non seppe resistere, e si risolse ad assumere in prima persona il governo dello Stato. «Al ritorno della duchessa – ha scritto Rimondi – tutto era pronto. Grandi feste la accolsero e la sua carrozza fu scortata in duomo per il canto di un solenne Te Deum. Qui Laura notò però qualcosa di strano: due grandi padiglioni a ombrello erano stati posti sopra i troni suo e del figlio, ma quello di Francesco era più in alto, in segno di dominio».
Pur ferita nell'orgoglio, Laura non reagì e si rassegnò di fronte al volere del figlio. Nei due anni seguenti tentò di recuperare influenza sul duca, per cui nutriva sincero affetto, ma invano. Decise allora di lasciare Modena, «per trascorrere il resto della vita – precisa Chiappini – a Roma, a Bruxelles, ancora a Roma, non tralasciando di visitare piamente i santuari di Padova e di Loreto». Nella Città Eterna morì il 19 luglio 1687.