martedì 13 giugno 2017

Rainer Maria Rilke (Praga, 4 dicembre 1875 – Montreux, 29 dicembre 1926)

di Nerina Ardizzoni

Rainer Maria Rilke, nome completo René Karl Wilhelm Johann Josef Maria Rilke nasce a Praga nel 1875, da una antica famiglia, originaria della Carinzia.
Dopo una infanzia infelice e alcuni anni di accademia militare imposta dal padre, nel 1892 riceve da uno zio una somma mensile per finanziarsi gli studi di scuola superiore e poi l'Università. 
Inizia così a studiare privatamente e a progettare di divenire “poeta”; scrive in questi anni poesie, incluse, in seguito, nella raccolta Leben und Lieder. Nel 1899, desideroso di viaggiare, parte per la Russia, sarà sua compagna di viaggio Lou Andreas-Salomé. 
A Mosca incontra Lev Tolstoj e Leonid Pasternak. Le impressioni del viaggio in Russia si rintracciano nell'opera Il libro d'oro, segnato da un forte slancio mistico. A Lou Andreas-Salomé dedica Il quaderno di Firenze,opera molto importante per conoscere la personalità del poeta in quegli anni, una sorta di diario del periodo trascorso a Firenze.
Di questo periodo la raccolta Per la mia gioia, e il racconto lirico Il canto di amore e di morte dell'alfiere Christoph Rilke, opera che segna l'adesione di Rilke all'ideale neo-romanticista e che costituisce il suo primo grande successo di pubblico. 
Nel 1900 entra a far parte di una colonia di artisti a Worpswede, presso Brema, lì conosce, e in seguito sposa, la scultrice Clara Westhoff; ha da lei una figlia Ruth, che verrà affidata alle cure della madre, al momento del loro divorzio. Nel 1902 pubblica Il libro delle immagini; fra il 1899 e il 1903 scrive le tre parti del Libro d'oro e precisamente Il libro della vita monastica, Il libro del pellegrinaggio, Il libro della povertà e della morte.
Nel 1903 Rilke giunge a Roma, dove soggiorna per 9 mesi, fino al giugno 1904: 
Fra il 1905 e 1906 Rilke progetta la stesura di una monografia sull'opera di August Rodin e soggiorna a Parigi, presso l'atelier dello scultore, esperienza che influenza profondamente la sua produzione poetica, in particolare la raccolta Nuove poesie.
La lezione dello scultore fornisce al poeta un esercizio di oggettività plastica, messa in pratica nella descrizione degli oggetti più svariati, dagli animali del Giardino delle piante, alla metafisica immobilità del “torso arcaico di Apollo”; lirica che annuncia una svolta nella produzione poetica di Rilke, che passa dalla poesia della vista alla poesia del cuore.
Segue il romanzo-dialogo autobiografico I quaderni di Malte Laurids Brigge, documento di una tormentata condizione esistenziale.

Nel 1912, ospite della principessa Von Thurn-und-Taxis, nel castello di Duino, nei pressi di Trieste, scrive Elegie duinesi, interrotte nel 1915 e concluse nel 1922. Le elegie rappresentano il lamento esistenziale dell'uomo: dal confronto con l'angelo la sfida orgogliosa dell'uomo, che approda, alla fine, alla commossa accettazione della propria “terrestrità” e alla necessità di rendere spirituale il mondo. Nel 1914 viene chiamato alle armi, ma ottiene il congedo e riesce ad evitare l'arruolamento. Nello stesso periodo si dedica alla traduzione di poesie di Mallarmé e Paul Valéry, che considera “una rivelazione”
Nel 1922 compone i due cicli dei Sonetti ad Orfeo considerati la più completa espressione del simbolismo decadentistico europeo. I Sonetti a Orfeo sono il grande poema della conoscenza umana, che sa di non poter attingere al vero e all’immortale. Sono il poema dell’uomo destinato alla morte, che pure vive. Rilke stesso ci dice questo nel Sonetto XIII parte II: 
“Qui tra effimeri sii, nel regno del declino/un calice squillante che squillando già s’infranse./Sii, e la condizione del Non-Essere allo stesso tempo sappila”. 
Si tratta di sonetti dedicati ad una fanciulla morta e segnano l'addio della poesia dal sensibile verso un'arte orfica, capace di valicare i confini fra vita e morte. Secondo questa visione l'uomo può ancora essere distruttore del mondo, ma può anche diventare salvatore del mondo, se saprà trasferire il mondo in un invisibile “spazio interiore”, identificato e difeso dalla poesia.
Nel 1923 Rilke soggiorna per la prima volta nel sanatorio di Val-Mont e viene sottoposto ad alcuni esami, che però non rivelano alcun problema; ma la salute peggiora e Rainer Maria Rilke muore di leucemia a Muzot, nel Vallese, nel 1926. 
Viene considerato uno dei più importanti poeti di lingua tedesca del XX secolo.
In Italia la sua fama arriva solo postuma. Il poeta era già morto da qualche anno, quando il germanista Vincenzo Errante lo fa conoscere per la prima volta al pubblico italiano con una monografia e diverse traduzioni, sia della sua opera in prosa, sia dei suoi versi.


Giorno d'autunno
Signore: è tempo  Grande era l'arsura.
Deponi l'ombra sulle meridiane,
libera il vento sopra la pianura.
Fa' che sia colmo ancora il frutto estremo;
concedi ancora un giorno di tepore,
che il frutto giunga a maturare, e spremi
nel grave vino l'ultimo sapore.
Chi non ha casa adesso, non l'avrà.
Chi è solo a lungo solo dovrà stare,
leggere nelle veglie, e lunghi fogli
scrivere, e incerto sulle vie tornare
dove nell'aria fluttuano le foglie.

Torso arcaico di Apollo


Non conoscemmo il suo capo inaudito
e le iridi che vi maturavano. Ma il torso
tuttavia arde come un candelabro
dove il suo sguardo, solo indietro volto,
resta e splende. Altrimenti non potrebbe abbagliarti
la curva del suo petto e lungo il rivolgere
lieve dei lombi scorrere un sorriso
fino a quel centro dove l'uomo genera.
E questa pietra sfigurata e tozza
vedresti sotto il diafano architrave delle spalle,
e non scintillerebbe come pelle di belva,
e non eromperebbe da ogni orlo come un astro:
perché là non c'è punto che non veda
te, la tua vita. Tu devi mutarla.


La prima elegia

Chi, se io gridassi, mi udirebbe mai dagli ordini
degli angeli? e quand’anche mi traesse
uno d’improvviso al cuore; io languirei della sua
più forte presenza.
Poiché il bello non è nulla,
null’altro che, del terribile, principio che noi appena sopportiamo ancora,
e tanto lo ammiriamo, perché esso disdegna, quieto,
di distruggerci. Un angelo, uno qualunque, è terribile.
E dunque io mi contengo, ed ingollo il richiamo
d’oscuro singulto. Ah, chi siamo capaci
mai di usare? Non uomini, non angeli,
e le acute bestie già notano,
quanto poco sa per noi di focolare
il mondo interpretato. Forse ci resta

un qualsiasi albero sul declivio, così che ogni giorno
lo possiamo rivedere; ci resta la strada di ieri
ed il viziato esser fedeli ad un’abitudine,
che da noi bene si trovò, e così restò e non se ne andò.
Oh e la notte, la notte, quando il vento carico dello spazio cosmico
ci corrode il viso , a chi non resterebbe, lei, la bramata,
dolce delusione, che sul cuore solitario
penosa incombe. E’ ella più lieve agli amanti?
Ah, si nascondono solo l’un l’altra il loro destino.
Non lo sai tu ancora? Getta dalle braccia il vuoto
dentro a quegli spazi, che noi respiriamo, così che magari gli uccelli
sentano l’ampliata aria con più intimo volo.


Orfeo

“Esiste
davvero il tempo, il distruttore?

Quando, sul monte immobile, spezzerà il castello?
E questo cuore, che appartiene infinitamente al dio,
quando lo violenterà il demiurgo?
Sono davvero così angosciosamente fragili,
come il destino vuole farci intendere?
L’infanzia profonda e promettente,
si fa – poi – silenziosa nelle radici?”


Fonti
La biblioteca di Repubblica Poesia Straniera Tedesca Collana a cura di Francesco Stella 2004 E-ducation S.p.A. Firenze