lunedì 17 luglio 2017

Adele Vieri Castellano - Roma 40 D.C. Destino d'amore



Prologo

Roma, 786 a. U.c., ottavo giorno prima delle calende di Iulius (33 d.C., 24 giugno)

L’ombra degli alberi si allungò sulla via lastricata lungo il Celio, sfiorando la folla e regalando a coloro che stavano accalcati un po’ di refrigerio. Qualcuno era lì da parecchio, restio a rinunciare alla bella vista. Altri, appena arrivati a suon di gomitate tra le costole, calli pestati e toghe strappate dalla foga, si stavano guadagnando un posto in prima fila.
«Mentula! Fai attenzione!»
«Stolto, guarda dove metti i piedi!»
La maggior parte erano uomini, capelli bianchi, cranio lucido e abbronzato. Qualche testa dai folti capelli neri unti d’olio e spettinate zazzere di monelli, accorsi per ammirare uno spettacolo che per molti di loro era una rivelazione. Ma non mancavano neppure elaborate acconciature di matrone che scrollavano il capo accelerando il passo o che, rallentandolo, stringevano la bocca disgustate.
Qualcuna, fermandosi davanti al maestoso portone chiodato, spalancava gli occhi che poi si velavano di lacrime. Quello era uno spettacolo mai visto prima. Di bocca in bocca, come la scintilla di un incendio, aveva attratto decine, centinaia di curiosi. Tutti sapevano a chi appartenesse quella domus e chi fosse l’adolescente nuda, legata al portone di legno. Braccia alzate verso il cielo, occhi chiusi, gambe dai muscoli tesi nel vano tentativo di chiuderle per contrastare i lacci di cuoio che stringevano le caviglie.
«Che fai, zozzone?» La voce acuta fece sussultare parecchi spettatori. Apparteneva a una delle matrone che si erano fermate con gli occhi lucidi.
«Ahi, ahi…»
«Vergogna! Vai a trastullare il tuo pisello altrove.»
La mano colpì i capelli spettinati e il ragazzino, rosso in viso, si fece strada tra calci e sberleffi. A quel punto, la folla ondeggiò come un’onda del Tevere e quelli in prima fila si trovarono a dieci, quindici passi dalla statua di carne, il seno acerbo che si alzava e abbassava in respiri corti di angoscia e vergogna. La distanza venne mantenuta per timore dei tre pretoriani armati di gladio. Le gambe muscolose piantate al suolo, le bocche tirate in una linea severa, gli occhi
socchiusi per fulminare gli astanti.
«Voglio proprio vedere come ci terranno lontani, questa notte!» urlò una voce dalle ultime file.
«A me non mi terrà nessuno… le palperò le tette e la farò gridare!»
«Di che?»
«Di piacere, che altro?»
«Io glielo ficco fino in gola, per gli dèi!»
«Non puoi averlo più lungo del mio!»
Le risate furono così violente che tre-quattro corvi spiccarono il volo da un cipresso del viale. Come evocati da quegli schiamazzi si udirono passi cadenzati, accompagnati da un tintinnio metallico. La folla indietreggiò in un sol blocco e un attimo dopo comparve la schiera di rinforzo ai tre pretoriani solitari. I nuovi arrivati mantennero i visi impassibili, come se la vista di quella vittima sacrificale non li toccasse.
«Indietro… indietro! Maiali, tornatevene a casa!»
«Belle così non ne vedo più» protestò qualcuno.
«Lasciatecela toccare!»
Uno dei pretoriani appena arrivati raggiunse il punto dove si erano udite le urla, il viso corrugato e l’espressione cattiva.
«Prova a toccare me, sterco» urlò rivolto alla folla.
Nessuno osò replicare. 
Venne il tramonto e infine, al lume delle torce, la giovane nuda non fu più godibile come durante il giorno. Le spalle robuste, gli elmi e le armi protese disturbavano la vista del corpo palpitante e perfetto. L’avrebbero difesa dagli assalti dei depravati per tutta la notte e per il giorno seguente.
Tanto doveva rimanere esposta al pubblico ludibrio la ragazzina dodicenne che, fino a quel giorno, era stata ritenuta la figlia di Tiberio Claudio Druso. Questa era la sua punizione per essere il frutto di un tradimento muliebre. Quando i pretoriani la slegarono all’ora stabilita, al tramonto del giorno dopo, si lasciò cadere tra le braccia di uno di loro. I passanti frettolosi delle prime luci dell’alba e gli ultimi lascivi spettatori allungarono il collo, mentre un pugno serrato picchiava deciso sul portone.
Passò un po’ di tempo.
Poi, attraverso la fessura del portone due braccia accolsero il corpo prostrato, rendendolo invisibile. Un mormorio di disappunto si levò dai presenti. I pretoriani li dispersero, ma ormai alla fanciulla restava poco da nascondere.