mercoledì 12 luglio 2017

Italo Calvino - La giornata d’uno scrutatore

di Luigi Malavasi Pignatti Morano

«La prima idea di questo racconto mi venne proprio il 7 giugno 1953. Fui al Cottolengo durante le elezioni per una decina di minuti. No, non ero uno scrutatore, ero candidato del Partito comunista (candidato per far numero nella lista, naturalmente) e come candidato facevo il giro dei seggi dove i rappresentanti di lista chiedevano l'aiuto del partito per delle contestazioni da risolvere. Così assistetti a una discussione in un seggio elettorale del Cottolengo, tra democristiani e comunisti [...]. E fu lì che mi venne l'idea del racconto».
Con queste parole, dopo la pubblicazione de La giornata d'uno scrutatore nel 1963, Italo Calvino volle precisare le circostanze che avevano portato alla stesura di uno dei suoi romanzi più complessi ed affascinanti. Il racconto – «un libro di punti interrogativi», come ebbe a definirlo lo stesso autore – non rientra nel novero delle opere "scolastiche" di Calvino: diversi manuali di storia della letteratura, anche di livello universitario, gli dedicano infatti pochissime righe, e non di rado nemmeno un passo antologizzato. Nondimeno, esso occupa un posto di assoluto rilievo nella produzione dello scrittore sanremese, se non altro per il marcato autobiografismo di alcune delle sue pagine più significative.
Protagonista del racconto è Amerigo Ormea, intellettuale comunista – progressista, laico, storicista, «erede del razionalismo settecentesco» – che, in occasione delle elezioni politiche del 1953 (quelle della cosiddetta «legge truffa»), si trova a dover svolgere le mansioni di scrutatore in un seggio collocato all'interno del Cottolengo, istituito religioso di Torino che fornisce assistenza «ai minorati, ai deficienti, ai deformi, giù giù fino alle creature nascoste che non si permette a nessuno di vedere». Scopo precipuo di Amerigo è impedire che persone incapaci d'intendere e di volere vengano spinte a votare per la Democrazia Cristiana: deve cioè controllare che le elezioni si svolgano nel rispetto delle regole della democrazia, ed evitare che i religiosi addetti alla cura dei malati influenzino le operazioni di voto.
La vicenda si svolge interamente in un'unica giornata trascorsa al seggio nel Cottolengo. Dalla mattina presto alla sera, Amerigo si trova a dover riflettere sulla validità del proprio razionalismo, messo a dura prova dal contatto con un mondo in cui l'uomo pare aver perso la dignità e sembra essersi degradato a un livello subumano. Sin da subito, le sue convinzioni vacillano: per quanto si sforzi di difendere eticamente i valori democratici in cui è sicuro di credere, egli fatica ad accettare che il suo voto valga tanto quanto quello di un malato di mente. Oggetto principale della sua riflessione non è però la validità o meno del suffragio universale, rispetto alla quale, in linea di principio, nutre pochi dubbi. Ad assillare Amerigo è essenzialmente la ricerca di una soddisfacente nozione di uomo. Quand'è, infatti, che un uomo «può dirsi umano»? Sono la consapevolezza di sé e la capacità di farsi artefice del proprio destino le qualità che elevano l'uomo al di sopra degli altri esseri viventi, o c'è dell'altro? È evidente che se la società concede il diritto di voto ai ricoverati nel Cottolengo, ciò significa che tra questi e le persone "normali" deve pur esserci qualcosa in comune. Ma cosa, di preciso?
Forse una comoda soluzione potrebbe essere la fiducia in un progresso capace di avere la meglio, in futuro, sulle crudeltà della natura. Ma questo, a ben vedere, non è altro che un maldestro tentativo di aggirare l'ostacolo, un arroccarsi in difesa delle proprie presuntuose convinzioni di superiorità. Anche perché il problema è legato all'oggi: i malati votano oggi, oggi la società stabilisce che sono equiparabili a tutti gli altri cittadini.
Quello di Amerigo è quindi uno spinoso dilemma. I suoi pensieri oscillano tra l'indignazione – nei confronti di una Democrazia Cristiana che mostra interesse a varcare la soglia di un luogo "separato" come il Cottolengo solo in occasione delle elezioni, determinata, senza scrupoli, ad accaparrarsi il voto di inconsapevoli persone malate – e la percezione dell'inaffidabilità del suo umanesimo integrale. Tutte le certezze (la politica, gli ideali di libertà, uguaglianza e giustizia) che credeva di avere all'inizio della giornata si sgretolano al contatto con la «miseria della natura»: come se dinanzi alla «vanità del tutto» la storia dell'uomo cessasse di colpo di avere un senso. La stessa «attenzione dello scrutatore ai possibili brogli» finisce così «per esser catturata da un broglio metafisico»: viene meno, cioè, la fiducia nella politica come strumento di elevazione morale dell'individuo («Quest'accolta di gente menomata non poteva esser chiamata in causa, nella politica, che per il testimoniare contro l'ambizione umana»); e persino l'idea di bellezza, verso cui l'uomo naturalmente tende nel suo operare quotidiano, risulta come menomata, relativizzata («E che cos'è, in sé, la bellezza fisica? Un segno, un privilegio, un dato irrazionale della sorte, come – tra costoro – la bruttezza, la deformità, la minorazione? O è un modello via via diverso che noi ci fingiamo, storico più che naturale, una proiezione dei nostri valori di cultura?»).
La vista delle misere creature del Cottolengo instilla quindi nell'animo di Amerigo una completa sfiducia nelle potenzialità umane (emblematica, al riguardo, la sua dura reazione quando apprende – durante la pausa pranzo – che Lia, la donna che frequenta, è incinta: «Nulla – precisa infatti il narratore – lo scandalizzava quanto la faciloneria con cui i popoli si moltiplicano, [...] abituati a lasciar fare alla natura, alla disattenzione, all'abbandono»). A distoglierlo però dalle sue pessimistiche elucubrazioni è una scena toccante, cui assiste durante le operazioni di voto di coloro che sono impossibilitati a lasciare la corsia: un vecchio padre, seduto ai piedi di un letto, intento ad accudire il figlio «deficiente» e «rattrappito nei movimenti». A differenza delle suore che operano nell'istituto perché hanno «scelto la corsia con un atto di libertà», l'anziano visitatore non ha avuto alternative: è l'affetto per il figlio malato a fargli superare la barriera che divide il Cottolengo dal resto del mondo. «Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. E pensò: ecco, questo modo d'essere è l'amore. E poi: l'umano arriva dove arriva l'amore; non ha confini se non quelli che gli diamo».
Ciò che caratterizza, quindi, l'"umanità dell'uomo" non sono le facoltà mentali, le capacità e nemmeno gli ideali. È la solidarietà che avvicina ogni individuo ai suoi simili: quella solidarietà che motiva un gesto d'amore di un padre nei confronti del figlio e che anima quella «città dell'imperfezione» che è il Cottolengo. È la condivisione delle sofferenze che rende possibile «l'ora, l'attimo, in cui in ogni città c'è la Città».
Il romanzo testimonia pertanto la problematicità con cui Calvino interpreta il proprio ruolo di intellettuale progressista. È possibile credere in un avvenire migliore senza aver prima fatto i conti con l'essenza della natura umana? Cosa significa, in altre parole, avere fiducia nell'uomo, nelle sue potenzialità, negli ideali di giustizia e libertà? Spesso ci si dimentica degli aspetti basilari della convivenza civile, ed è sufficiente varcare la "soglia" del Cottolengo per vedersi costretti a stravolgere convinzioni che si era creduto fossero inattaccabili. Il passo che deve compiere Amerigo – il cui nome evoca, naturalmente, l'idea del viaggio che è necessario intraprendere per scoprire se stessi – è quindi quello dell'abbandono delle certezze legate al futuro. I suoi nobili ideali di uguaglianza non possono prescindere da un presente che richiede anche la sua solidarietà nei confronti di persone per le quali probabilmente non ci sarà mai un domani. Ciò che fa la differenza, in una prospettiva che forzatamente si discosta da ogni forma di attendismo palingenetico, è la volontà di vivere degnamente l'oggi, dal momento che oggi c'è bisogno di amore, solidarietà e giustizia. È quanto comprende infine Amerigo, al termine della giornata trascorsa al Cottolengo: «Il passato (proprio per il fatto d'avere un'immagine così compiuta nella quale non si poteva pensare di cambiar nulla come in questo dormitorio) gli pareva una gran trappola. E il futuro, quando ci se ne fa un'immagine (cioè lo si annette al passato), diventava una trappola esso pure». Il che porta ad un'inevitabile conclusione: la politica e l'ideologia, se prescindono dalla solidarietà nei confronti dei più deboli, non sono altro che vacui esercizi della mente.