venerdì 14 luglio 2017

NOI SCRITTORI X



Alberto Rizzi - Nel bagno

Ho acquistato alcuni anni fa una casetta in piena campagna, quattro stanze più un piccolo bagno e garage, senza nessuno nelle vicinanze, carinissima, appena sufficiente per le necessità di quel single che sono.
Perciò voi adesso state già pensando a chissà quali orribili storie di solitudine invernale, con la nebbia ed il buio, e i gufi che lanciano i loro lamenti nel più puro e banale stile goth; oppure, visto il titolo, che dal sifone del water strisci fuori qualcosa di immondo, come in “Quello che uscì dalle fogne di Chicago”, chi si ricorda di certi vecchi classici di “Urania”? No, niente di tutto questo.
E’ solo che in bagno ciascuno di noi ci passa certi “tempi morti” (scusate lo humor nero involontario), e già che è lì unisce l’utile al dilettevole; non serve che vi faccia l’elenco dei passatempi inventati dalla mente umana e dai gusti dei singoli, per far scorrere quei minuti: per quel che mi riguarda e ammesso che la cosa possa interessarvi, io mi limito ad osservare. Cioè, semplicemente sto lì seduto e mi guardo attorno, guardo fuori da uno spiraglio della finestra e vedo una striscia del campo a fianco, che cambia colore con le stagioni; o, più spesso, guardo i particolari della stanza: lo stato dei muri, se è ora di dare una pulita al lavandino o alla doccia, e così via.
Beh, lo so che l’avrete sentito dire già un’ira di dio di volte, ma le cose più nascoste sono quelle messe meglio in vista.
Il pavimento del mio bagno è di piastrelle, come penso sia la maggior parte dei bagni di tutto il mondo; non sono quadrate, ma rettangolari - come dei mattoncini, quanto a dimensioni - e sono nere con dei guizzi di smalto rosso che a me han fatto pensare subito a delle fiamme.
Però non ci ho mai trovato niente di inquietante, in questo, finché qualcos’altro non ha attirato la mia attenzione: in mezzo a quelle “fiamme”, in una piastrella c’era una faccia. Ho guardato e riguardato, ma davvero era la faccia smagrita di un uomo, disperata e perciò contorta nei lineamenti; poi - guarda e riguarda - eccone un’altra, tre piastrelle più a destra: poco più di un cranio, coi suoi bei buchi per le orbite e la bocca. E un’altra ancora, questa di profilo, su una delle piastrelle della fila di fondo alla parete: forse una donna dall’ampia capigliatura riccioluta e con la bocca dilatata in un urlo. Alla fine ne ho contate diciannove.
A poco a poco, l’angoscia m’è cresciuta dentro; ed ora, davvero, non so cosa fare. Non faccio altro, ormai, che pensare e ripensare a come possano essere finite lì in quei pochi centimetri quadrati di ceramica; e a come tirarle fuori.
Per la prima cosa ho le idee ormai abbastanza chiare: il fuoco e l’anima, che è spirito, ovvero un qualcosa di sottile ma molto vicino al fuoco. Mi immagino il gran caldo del forno di cottura della fabbrica, il fuoco che si riflette sulla massa non del tutto solidificata delle piastrelle, anime che vagano – sono dappertutto, mica solo all’inferno o in paradiso – e che da quel fuoco, da quel calore sono attirate, come da un vortice che acchiappa e giù risucchia, ciò che di leggero v’è alla superficie dell’acqua. Anime che, attirate e trascinate da quel vortice, incapaci per un attimo di reagire, si sono trovate imprigionate in quella vischiosità; e che poi, fissate in un muto grido di dolore, altro non possono fare che fissarci nell’attesa di un aiuto.
Ma davvero, non so cosa fare, né per loro né per levarmi dall’angoscia che la loro vista mi dà, che mi sta facendo diventare insopportabili quei cinque minuti che ogni tanto al giorno mi capita di passar là dentro.
La cosa più ovvia e immediata che ho pensato sarebbe romperle: ma basterebbe, o non farebbe altro che aggiungere dolore a dolore? Oltretutto le piastrelle sono cementate al solaio, dovrei comunque svellerle ammesso che, così spezzata nell’immagine, l’anima riesca a liberarsi. Anche raschiare la superficie fino a cancellarle, non so se servirebbe: sarebbe più o meno la stessa cosa, l’anima riuscirebbe a ricomporsi, dopo? Senza contare, anche qui, il dolore, ancora peggiore che un colpo secco, provate voi a passarvi della carta vetrata sulla faccia, non so se rendo l’idea.
Non so. Fuoco contro fuoco. Riportare le piastrelle ad una temperatura che le fluidifichi di nuovo. Dovrei dare fuoco alla casa?


Andrea Micolini - La sera 

Leggera brezza 
Cali su di me,
Ultimo calore umido 
Del di che saluta.
Con mille notti
E mille gioie ,
Che ogni giorno nuove 
Stupisci gli occhi lucidi del mondo.
Il quale, innocente, tace.
Ti guardo, mi guardi,
Dai tuoi occhi focosi 
Mille fanciulleschi ricordi
Lacrimano veloci 
Dando vita alle tenebre.
Ti parlo , sera, 
Col cuore in mano
Perché dolce pasto, 
Ti doni
per poi morire 
E risorgere dalle tue ceneri 
sempre più bella,
Sera. 


Fabio Meloncelli - Ho fatto un sogno

Ho fatto un sogno dove ogni donna era rispettata, amata, dove nessuna doveva nascondere il suo corpo, il volto divenendo invisibile. Ho fatto un sogno dove ogni bambino parlava la stessa lingua e per legge doveva solo giocare. Ho fatto un sogno dove ad ogni uomo e donna era garantito il vivere in pace, istruirsi sfamarsi, vivere in libertà e prima vivere e poi lavorare. Ho fatto un sogno che tutto questo avveniva in un paese di limpida acqua, di aria pulita con boschi e verdi pianure, dove rinverdivano i deserti, dove il clima non era ostile. Ho fatto un sogno dove le armi divenivano per magia biciclette e tutti andavano in discesa. Ho fatto un sogno che al risveglio non era realtà.


Giacomo Ingrami - Sotto l’ombra della Ghirlandina

Se mi guardo intorno, la nostra terra
a come è cambiata da dopo la guerra
io credo che niente sia venuto per caso
ma grazie al lavoro e all’impegno dei modenesi.
In ogni comune c’è qualcosa di buono
come a Vignola coi suoi duroni
e mentre a Sassuolo fanno ceramiche
in tutta la provincia l’aceto balsamico.
In ogni comune c’è il proprio castello
ognuno è convinto che sia il più bello
e se Pavarotti è stato un grande tenore
se guardi una Ferrari, è il nostro onore. 
C’è stato Panini coi suoi figurini,
abbiamo avuto Fini coi suoi tortellini
c’è poi tanta gente che ha fatto del bene 
e tutti alla domenica a tifare i canarini.
E grazie al lavoro dei tuoi cittadini
imprenditori, operai, contadini
sei sempre più signora 
anche se la vita diventa più dura.
Sotto l’ombra della Ghirlandina
dalla Fossalta alla Madonnina
dalla Mirandola fino al Cimone
terra di motori, lambrusco e zampone.
Sotto l’ombra della Ghirlandina
Piazza Grande è sempre piena
per ascoltare il dialetto di Sandrone
evviva Modena e la sua tradizione. 


Nerina Ardizzoni - Per San Biagio

Per San Biagio io cammino lentamente
fra i banchetti della contrada,
mi voglio godere a passeggiata.
Ci sono delle donne anziane coi calzettoni,
delle ragazze coi pantaloni,
dei giovanotti pieni di tatuaggi,
ma quel che cerco
ancora non l'ho trovato.

-Cosa cerchi mai signora,
che non trovi qui al mercato,
guarda c'è ogni ben di Dio,
merce rara, merce fina,
rovista fino a domattina-

Io invece sono dubbiosa,
cercavo della cortesia
e mi hanno dato uno strattone per strada,
cercavo della benevolenza
mi han detto” Dai, dai gira al largo”
Dopo mi ero messa in fila
per comprare una camicetta,
è arrivata una ragazzetta,
abbracciata a una borsetta,
che masticando gomma a bocca aperta
ha gridato al venditore
quel che voleva e di che colore.
Tu san Biagio, protettore
della bocca e della gola,
devi trovare un amico,
un santo che venga con te
per insegnare a chi viene in processione,
e poi dopo va al mercato,
anche ad essere educato,
così la vita sarà più bella
e tico dai la zirudella.


Oriano Tommasini - E' sera

Si allungano le ombre della sera,
fuggono le ore,
nei tramonti ingialliti.
Sbiadisce il giorno,
se ne vanno i ricordi,
dormono accoccolati i pensieri,
lungo i sentieri sognanti,
l’ultimo pasto,
sgranocchiato in fretta.
E’ già notte sui mancati passi,
che la sera sbiadisce.


Roberto Roganti - Apparente calma

Impenitente brezzolina
schermiglia i capelli
pennellandoli di rugiada
Mare d'erba
appena increspato
sfavilla creste lucenti
esultando ai primi raggi solari
dipana lunghe dita
Fiori urlano gioia
sventolando allegri
variopinti petali vellutati
Alberi festosi
agitano verdi chiome
spargendo sul mondo
coriandoli coloratissimi
Giovane prunus
da sanguigne foglie
si sbraccia per farsi largo
in rigogliosa clorofilla
Il mio sguardo
cavalvando l'onda
viene traghettato all'orizzonte
ma appena l'arietta si afflevolisce
ritorna l'apparente calma


Roberto Vezzelli

ho a che fare
con un titolo serio
sviluppo della tecnologia
per un basso impatto ambientale
l’omino in maglietta rossa
giacca scura distintivo laccato
non immagina affatto
quali vie sto percorrendo
quali cipressi ed ulivi
ginestre e rose selvagge di macchia
quali nuvole scendono verso la costa
nel miraggio di Livorno
quali verdi e quali azzurri
musica che scorre
non ha valicato il passo
non è tornato attraverso il temporale
dall’altopiano erboso
non può capire
inutilmente si affanna
è inutile raccontare
la pioggia sul viso
la fontana Bedini
il tuono sordo
lo sguardo impaurito di ulisse
ed il colore scuro dei pini
nel nascondersi improvviso del sole
Gianni inzuppato
Parla dei figli grandi
Nella sua mantellina gialla
Ed occhiali appannati
Immaginando un vino caldo
Alla capanna vecchia
O il senso d’infinito
Il profumo del tempo scosso


Simona Gulluà - Cielo perduto (al mio papà)

Sei il mio cielo perduto
da piccola mi hai lasciata.
Apri le tue ali
afferra le mie mani
in te trovo un riparo.
Disegnando nuvole
appari nei miei sogni
ma fa che non duri
solo il tempo di una notte.
Sei più vero
di quello in cui credo
al crepuscolo
l’ultima ombra s’allontana
poi s'allunga
nell’eternità sparisce.
La paura serra i miei occhi
trafigge la mia infanzia
da allora è un marchio a fuoco
la tua assenza.
Echi di pianti intorno
il vuoto di te
mi respira accanto.


Stefano Benati - Mia Venere

Cercavo di leggere nei tuoi occhi,
volevo rubarti i pensieri
ma il sorriso ti illuminava e…
mi regalavi la gioia che volevo.
Niente celava il tuo sguardo
quando liberavi la tua anima,
mi regalavi la sensazione
di volare negli spazi infiniti del cielo.
Balzavo sulla punta delle stelle,
sulla coda delle comete,
nel buio della notte,
nell’azzurro del giorno,
sugli anelli di Saturno e
spiegavo le ali verso il misterioso Plutone,
sognavo ad occhi aperti, da pianeta a pianeta,
fino ad arrivare al più bello…
quello che mi parlava di te… mia Venere.


Vanna Bassoli - Amore in compagnia

E’ pronta la cena?
Arrivo, intanto accendi la tv
Ecco un bel piatto di tortellini
Taci un minuto che ascoltiamo Salvini
Avresti preferito una lasagna?
Ma senti cosa dice la Carfagna!
Non parlo di tortelloni altrimenti parla subito di Berlusconi
Per secondo c’è il purè con la cotoletta
Era quasi meglio ai tempi di Letta
E se ti do la cotoletta con il purè?
Che bella donna che è la Santanchè
Per dolce ho fatto il tiramisù ma lui guarda sempre la tv…

Poi viene sera, andiamo a letto
Mi viene vicino, fa il galletto
Allunga una mano e mi tasta una tetta
Mi giro dall’altra parte…”sto pensando a Brunetta”