mercoledì 26 luglio 2017

Thomas Mann - L'inganno

di Luigi Malavasi Pignatti Morano

Pubblicato nel 1954, un anno prima, quindi, della morte del suo autore Thomas Mann, L'inganno è un racconto per certi versi crudele, la storia – come la definì lo stesso scrittore tedesco – «di un'amara frode della natura» ai danni di una povera donna, ignara del destino che, inesorabile, l'attende. Quando uscì, il libro di Mann destò scandalo: la tematica, in esso affrontata, del rapporto dell'individuo con la propria sessualità costituiva ancora, negli anni Cinquanta, un autentico tabù. Abile a schermirsi dagli attacchi polemici di molti lettori indignati, l'autore replicò che il suo era stato un esperimento, e, con malcelato disinteresse per l'ottusità del suo pubblico, aggiunse: «Io sono sempre stato rerum novarum cupidus, ho sempre sperimentato: e ciò si fa con alterna fortuna».
Il racconto narra la vicenda di Rosalie von Tümmler, vedova cinquantenne che, negli anni Venti del Novecento, vive a Düsseldorf «in condizioni agiate» insieme con i due figli. Anna, la maggiore, è una ventinovenne condizionata da una malformazione fisica (ha un piede caprino, che la costringe a muoversi con «un'andatura da zoppa») e rassegnata a rimanere nubile; dotata di spiccata intelligenza, riversa i propri sentimenti sulla tela, dipingendo quadri astratti. Eduard, il figlio più giovane, frequenta l'ultimo anno di liceo classico, pur non apprezzando quello che reputa un «noioso umanesimo»: la sua massima aspirazione sarebbe quella di lasciare la Germania per trasferirsi negli Stati Uniti, l'«Eldorado della tecnica».
Rosalie è una donna attraente – nonostante l'età non più giovanile – e piena di vita. Ama i fiori, soprattutto le rose, e si sente fortemente attratta dal mistero della natura che regola, in modo del tutto spontaneo, il normale flusso dell'esistenza. Ciò nondimeno, si sente sola, e fatica ad accettare il lento ma progressivo decadimento fisico: ai suoi occhi, l'inizio della menopausa non è altro che il primo passo verso la morte dei sensi, il venir meno del suo essere autenticamente donna, lo spegnersi, in definitiva, di ogni residuo di quell'avvenenza che è la sola cosa che potrebbe ancora renderla desiderabile.
La sua routine di matrona borghese scorre a ritmo tranquillo, finché nella sua vita non irrompe il giovane e avvenente Ken Keaton, un americano di ventiquattro anni – giunto in Europa durante la prima guerra mondiale e stabilitosi in Germania, innamorato del vecchio continente, al termine del conflitto – assunto per impartire lezioni private d'inglese al figlio liceale. Sedotta dal fascino di Ken, Rosalie finisce per innamorarsi del giovane insegnante e, vista l'impossibilità di reprimere i suoi sentimenti (che in realtà non sono altro che mera attrazione sessuale), si sforza di accettare la propria debolezza, pur senza avere il coraggio di confessarla apertamente. Ben presto, però, Anna coglie il profondo turbamento della madre, la quale, colta alla sprovvista e oramai determinata a non vergognarsi di sé, confessa il suo segreto senza ulteriore indugio. A dare manforte a Rosalie sopraggiunge, inoltre, quello che ella interpreta come un favorevole segno del destino: la ricomparsa, improvvisa, delle mestruazioni e, con esse, della femminilità che credeva perduta.
 Trascorso nel frattempo l'inverno, con l'inizio della primavera Rosalie decide di invitare Ken per una gita, in compagnia dei figli, al castello di Holterhof, non lontano da Düsseldorf. Qui, complice anche l'atmosfera romantica, la donna rompe gli indugi e si dichiara al giovane, con la promessa di andare in seguito a fargli visita nella sua abitazione. Ma quella stessa notte la natura decide di svelare tragicamente il suo beffardo inganno: colta da un grave malore, Rosalie è trasportata in una clinica ginecologica, dove, dopo accurati esami, le viene comunicato che quelle che aveva creduto mestruazioni sono in realtà perdite emorragiche dovute a un tumore maligno all'utero. Poche settimane dopo, pur sempre salda nella sua devozione nei confronti della natura, «l'ingannata» muore.
Il racconto di Mann è quindi una spietata riflessione sull'imprevedibilità della vita, che spesso stravolge progetti e programmi senza il minimo preavviso. Anche quando tutto sembra andare per il meglio, alla natura basta un attimo per distruggere, dalle fondamenta, quella sensazione di sicurezza e stabilità che una persona avverte quando si crede in pace con il mondo. In sostanza, se ci si illude di avere spalle robuste per sopportare qualunque peso, è facile che, prima o poi, si venga risucchiati nel vortice delle contraddizioni che governano quel gigantesco equivoco che è l'esistenza terrena.
Questo, infatti, è il senso drammatico del racconto di Mann: l'inganno, nel caso di Rosalie, non è solo quello dell'improvvisa malattia; è la vita in sé che rappresenta una colossale presa in giro. Nel momento in cui ci illudiamo di comprendere il significato più profondo dell'esistenza siamo tutti suscettibili, chi più chi meno, di cadere vittime di una forza oscura che, si direbbe, trova gusto nel prendersi gioco di noi. L'errore più comune che si possa commettere è pertanto quello di abbassare la guardia, poiché nessuna conquista sarà mai così consolidata da risultare scontata. Bisogna essere sempre preparati al peggio. E accettare, con coraggio, la precarietà di tutto ciò che ci circonda, consapevoli che, dall'oggi al domani, la natura potrebbe facilmente stravolgerlo.
Si tratta, forse, di considerazioni ovvie, ma non per questo da sottovalutare. Del resto, chiunque può riconoscersi nella vicenda narrata da Mann. Quante volte, infatti, capita una disgrazia improvvisa? Chi non ha mai perso, di colpo ed inaspettatamente, una persona cara? Il punto è che, se non possiamo impedire che si verifichino stravolgimenti nella nostra vita, dobbiamo farci trovare pronti, in ogni momento, ad affrontare le fasi di crisi. È quanto dice, peraltro, anche il Vangelo: «Se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa». Il che, si badi, proseguendo con la metafora, non significa che dobbiamo raddoppiare le inferriate – perché tanto, a forza di tentare, il ladro troverà sempre il modo di forzarle –, bensì che dobbiamo prepararci all'inevitabile, dal momento che il dolore e la sofferenza, come il ladro, non bussano certo prima di entrare. Ovvio, è facile a dirsi. Il più delle volte, quando una persona si ammala gravemente, parte il solito ritornello: «Che disgrazia! L'altro giorno stava benone». Ma si tratta di una considerazione senza senso: tutti i malati sono sani fino al momento in cui non si manifestano i sintomi della malattia.
La vita è potenzialmente un grosso inganno, anche se, a ben vedere, diventa tale solo se, da stolti, crediamo di poterla gestire con assoluta razionalità. Al contrario, la vita può essere vista come un dono, che inspiegabilmente ci viene offerto e altrettanto inspiegabilmente ci viene tolto. È come un pegno: ci è affidata, ma non è del tutto nostra. È troppo comodo pretendere di vivere come se detenessimo il diritto assoluto all'esistenza e allo stesso tempo ribellarsi all'idea che, così come all'improvviso veniamo al mondo, senza preavviso ce ne andiamo. Ciascun essere umano è un mistero sia quando nasce che quando muore.
Forse, letto da questa prospettiva, il breve romanzo di Mann risulta meno drammatico di quanto sembri. In fin dei conti, esso contiene – come detto – considerazioni banali, scontate, superflue. Cosa c'è di strano nel raccontare la storia di una persona che muore di tumore? Nulla, in apparenza. Sennonché Mann ci presenta una figura che accetta la morte proprio – paradosso? – per le circostanze in cui essa sopraggiunge. Così Rosalie, poco prima di cedere alla malattia, si rivolge alla figlia: «Anna, non parlare di inganno e di crudeltà schernitrice della natura. Non rimproverarla, come non la rimprovero io. Me ne vado a malincuore, da voi, dalla vita e dalla sua primavera. Ma come ci sarebbe primavera senza morte? La morte è pure un grande strumento di vita, e se per me assunse l'aspetto della risurrezione e dell'amore, non fu inganno, ma bontà e grazia».
Rosalie, in punto di morte, ci offre quindi un inaspettato messaggio di speranza. La morte, afferma, può e deve essere un pungolo che ci sprona a valorizzare ogni singolo istante della nostra vita. Nulla, dopotutto, ci è dovuto, ma tutto ci è concesso. Poco prima di esalare l'ultimo respiro, Rosalie si rallegra al pensiero di avere vissuto intensamente, con passione, la parte conclusiva della sua esistenza. Forse mai come in quei momenti si è sentita viva per davvero. Perché vivere, ora le è chiaro, vale molto di più che sopravvivere.



In memoria di Franko Mileta (1957 – 2014), uomo di sport, un amico, vinto da un male incurabile.
Nella speranza che anche tu, come la Rosalie di Thomas Mann, ti sia spento senza rimpianti.